Come può imparare qualcosa di diverso da sé stessa?

sabato 26 luglio 2014

Buio, silenzio e troppi ricordi.

Era morta. O forse appena nata? Non sapeva sul serio cos'era successo. Ma non vedeva niente, tranne il buio. E non sentiva niente, tranne il silenzio. E rimase tutto così, buio, in silenzio, per un po' di tempo. Forse erano secondi, forse erano secoli, forse non era niente. Dopotutto, il tempo è un concetto relativo.
O almeno lo era là, dove non c'era niente per tenere il conto del suo passare. Dopo quel tempo, se tempo era, una musica invase l'aria. Una musica dolce, quasi celestiale, e si delinearono i contorni di un ricordo.

Un prato fiorito. Un cielo azzurro con un sole splendente che rende più vivi i colori che danzano lì intorno. Un gruppo di ragazzi che scherzano, ridono e si rincorrono. Sotto l'ombra degli alberi una ragazza che scrive, con una musica triste che le suona in testa. Guarda un altro ragazzo, diverso da lei, eppure identico: anche lui è solo. Anche a lui suona in testa una musica triste, ma anche lui fa finta che non sia così. Entrambi affrontano la solitudine e la tristezza in modo diverso. Lei, sorride: se non può far felice sè stessa, almeno può far felici gli altri. Lui, si isola: se non riesce ad essere felice, preferisce stare solo con i propri pensieri. Lei non conosce l'origine della sua tristezza, ma sa che vorrebbe farlo felice, almeno per un po'. Vorrebbe avvicinarglisi, fare qualcosa, ma non sa come: la allontanerebbe all'istante. Quindi continua a guardarlo, cercando di capire qualcosa nel rompicapo dei pensieri di lui. Un rompicapo senza l'immagine da raggiungere nè i pezzi da ricomporre. Lui si accorge dello sguardo di lei, e la guarda a sua volta. Non le sorride, ma rivolge uno sguardo interrogativo verso il quaderno su cui scrive. Lei gli sorride, prende coraggio e si avvicina...

I ricordi avevano di nuovo lasciato il posto al buio e al silenzio. E lei si sentiva persa, sapendo che non c'era la mano di lui da stringere o il suo calore ad abbracciarla. O almeno, credeva fosse questo a mancarle. Non lo sapeva, non davvero, ma lo sentiva. Come se nel profondo di quello che era, se era davvero qualcosa, sapesse di avere bisogno di lui. Sentì l'avvicinarsi di un altro ricordo, e i colori, i suoni e i profumi si delinearono nel nulla, se nulla era.

Una classe, due ragazzi che parlano in un angolo, e un altro gruppo più numeroso che urla dall'altra parte dell'aula. Lei ride alle parole di lui. Cosa c'era di più bello che sentirlo parlare? Gli altri ragazzi non se ne accorgono. Probabilmente neanche lui se ne accorge, ma gli occhi di lei brillano, luminosi come mai.

Che poi era davvero una lei? Era davvero qualcuno? Magari era solo un'entità appena nata. Ma se era così, quelli cos'erano? Non ricordi, non suoi almeno... Magari erano sogni... Magari erano brandelli di realtà... Di una realtà di qualcun'altro... Ma se era così, perchè li vedeva? Perchè li sentiva, e provava tutte quelle emozioni? Non ebbe il tempo di pensarci ancora, che arrivò un altro ricordo, se ricordo era...

Lui che parla con altre ragazze. Ragazze diverse, magari più simpatiche, più belle, meno problematiche. Ragazze che, a differenza di lei, non si affezionano. Lei gli passa accanto, alza il viso come per dirgli qualcosa, ma lui non la nota, quindi abbassa lo sguardo e va avanti. Bellissima nella sua tristezza solitaria, quando lui si accorge di lei e la saluta riesce a fingere un mezzo sorriso, senza che nessuno si accorga dei suoi occhi tristi. Passa una giornata che le scorre davanti agli occhi come quella di un'estranea, nel pullman fa fatica a trattenere le lacrime, che in camera sua cadono come la pioggia che quel giorno non è scesa dal cielo. Poi tutto si annebbia e torna il buio.

Questa volta il buio è durato meno tempo, o almeno a lei non è sembrato abbastanza per pensare, perchè il ricordo questa volta è arrivato subito, più vivido di tutti i precedenti.

I vulcani che eruttano, i terremoti che squarciano il terreno, i maremoti che ne riempono le voragini, le case che cadono al suolo. Lei che corre per la strada. No, non come le persone spaventate, senza una meta, troppo terrorizzate per pensare ai bunker costruiti in previsione di quel momento, ma corre con una meta precisa, spaventata solo dal non riuscire a raggiungerla in tempo. Arriva a ciò che cerca. E' lui, lì davanti. Non ha tempo per la timidezza o la paura. E' la sua ultima occazione. E' l'ultima occasione della Terra. Gli si avvicina, sta per urlargli il primo e ultimo Ti amo della sua vita, ma non fa in tempo. Sente un'altra voce urlare le sue parole, una voce femminile. E' lei, che corre a baciarlo. E la ragazza solitaria riesce solo a piangere le sue ultime lacrime. A quel punto, il terreno sotto di lei si apre, e le lacrime evaporano nel calore che la avvolge al momento della sua morte. Della sua morte, e della distruzione del resto del mondo, distrutto come le sue speranze di un attimo con lui. Di un ultimo attimo con lui.

Ecco com'è arrivata lì, ecco com'è successo tutto. Ed ecco che sa: passerà lì la sua eternità. Un'eternità di buio, silenzio, e troppi ricordi.

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