Come può imparare qualcosa di diverso da sé stessa?

lunedì 28 luglio 2014

Le mie cicatrici. (Capitolo 3)

Scendo dall'autobus abbassando per l'ennesima volta il vestito che continua a darmi fastidio. Sono più  tipo da pantaloni, ma stasera Eric da una festa, e mentre mi cambiavo ho pensato che magari... Scuoto la testa. Non lo so cos'ho pensato.
Percorro il vialetto di casa di Eric, già piena di gente e con la musica che si sente dall'inizio della strada. La porta è aperta, ma quando mi guardo intorno dentro casa mi pare di non vedere nessuno che conosco.
Giro per il piano terra finché in un angolo non vedo Eric con in braccio una ragazza. Lui non mi nota, e per un attimo sento una strana fitta al petto e mi bruciano gli occhi. Poi sbatto le palpebre e decido che ho bisogno di qualcosa da bere, anche se non sono sicura del perché.
Vado in cucina e mi verso un bicchiere di birra, aspettando di vedere qualcuno che conosco.

Diversi bicchieri dopo Bryan mi viene incontro tra la folla, e lo saluto per assicurarmi che mi abbia visto. Mi si avvicina e mi guarda dalla testa ai piedi con uno sguardo tra il divertito e lo stupito.
-Credo sia dalle elementari che non ti vedo con un vestito,- ride.
Indosso un tubino rosso col collo alto e che mi arriva a metà coscia e un paio di tacchi abbinati, ma mi sono pentita della scelta e ho solo voglia di tornare a casa. Però rido con lui, un po' perché ho bevuto e un po' per non mettermi a piangere per quanto mi sento stupida e ignorata.
-Sei bellissima, comunque.- Sorrido anche se non ci credo, e continuo a guardare la gente che balla e si diverte. Lui ovviamente non sembra accorgersi del fatto che quella frase mi uccide. Perché sono un mostro, e i mostri non sono belli.
-Hai visto Eric?- mi chiede poi.
-Ehm.. Sì..- Perché dobbiamo sempre parlare di lui? È occupato. Non mi ha neanche notata. -Era di là con una ragazza.- Ma non mi ha vista, perché sono invisibile.
Non esisto. Per un attimo è tutto quello che riesco a pensare. Non esisto. Non esisto, e non importa quanto io cerchi di cambiare le cose. Non importa quanto cerchi di essere carina o simpatica o cos'altro. Resterò la sua migliore amica, qualcuno sullo sfondo. O, peggio ancora, resterò un mostro.
Bryan mi agita una mano davanti alla faccia, e capisco di essermi isolata per un attimo. Ogni tanto mi capita, più o meno dal giorno dell'incidente. Mi pare di non essere più circondata dal mondo circostante. Mi pare di non esserci, come se la morte che avrebbe dovuto prendermi fosse tornata per portarmi via.
Ma ogni volta ci sono ancora, quindi anche stavolta torno da Bryan che mi sta parlando.
-L'hai salutato? Mi sembra strano che sia con qualche altra ragazza dopo averti vista così.
Ammicca, e sono quasi sicura di stare per piangere.
Non esisto!
Glielo vorrei gridare, ma resto zitta e prendo un respiro profondo prima di rispondergli. Faccio spallucce come se non m'importasse. -Era con una ragazza,- ripeto.
-Lauren,- alzo lo sguardo verso di lui, -credo che dovreste parlarne.
-E di che?
Nonesistononesistononesistononesistononesistononesistononesisto. Non riesco a pensare ad altro, e non capisco cosa mi prende. Do la colpa alla poca birra, e mentre aspetto che Bryan si decida a rispondermi riempo di nuovo il bicchiere.
-Quante ne hai bevute?- mi chiede.
-Non lo so.- Avvicino il bicchiere alle labbra, ma me lo toglie di mano.
-Ehi!
-E' abbastanza per oggi.- Mi parla col tono che userebbe con una bambina piccola, e non lo sopporto.
-Non sono fatti tuoi.
-Lauren,- mi prende per le mani e mi fa sedere su una sedia lì accanto, poi si abbassa per guardarmi in viso poggiando gli avambracci sulle mie ginocchia. -Sei sicura che non vuoi parlare con Eric? Non credo che questa cosa sia solo da parte tua, e...- Non gli lascio il tempo di continuare, e mi alzo di scatto facendolo finire a terra.
-Non c'è niente da parte mia.
Non sono sicura che mi abbia sentito, ma non m'importa, e corro subito fuori.
È uno di quei momenti. Mi capitavano spesso appena dopo l'incidente, ma col tempo si sono fatti più rari. Purtroppo, ogni volta che non mi capitano per un po', quello che succede è peggio della volta precedente. E quando non riesco a ricordare l'ultima volta capisco che risale a mesi prima, e che starò molto male.
Di solito ci vuole qualche giorno perché mi riprenda, o ci vuole Eric. Ma lui non c'è, quindi posso solo correre a casa e aspettare.
Sto per correre fuori dalla porta, quando sento qualcuno che mi afferra il braccio. Mi giro e vedo Eric. E per un attimo penso che è tutto a posto, che c'è il mio migliore amico, che starò subito meglio.
Poi lo guardo bene e vedo la camicia stropicciata e le macchie di rossetto sul collo, e non posso fare a meno di sentire gli occhi che mi si riempiono di lacrime.
Non esisto.
Corro via prima che possa dirmi qualcosa, e per le scale sbatto contro qualcuno. Invece di chiedere scusa continuo a correre.
Non esisto.

Ad un certo punto per la strada mi accorgo che sto ancora correndo, e mi fermo per togliermi le scarpe. Arrivo a casa nel giro di dieci minuti, e mi sfilo subito il vestito e il reggiseno per buttarmi sul letto e piangere.
Mi sento soffocare. Come se il mondo mi si stringesse addosso. Come se le cicatrici mi stessero ferendo un'altra volta la pelle. Come se mio padre stesse morendo di nuovo.
Spero che passi in fretta. Spero di non aver bisogno di Eric. Spero che Eric arrivi subito.

Ma, prima che possa succedere una qualunque di queste cose, mi resta in mente un solo pensiero.
Non esisto.

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