Come può imparare qualcosa di diverso da sé stessa?

lunedì 28 luglio 2014

Le mie cicatrici. (Capitolo 4)

Sento una mano che mi accarezza i capelli e scende sulla schiena, poi dei rumori. Non capisco cosa sono, e mi convinco che è tutto un sogno che copre il mio pianto isterico.
Così continuo a lasciare che le lacrime scendano, mentre non penso più a Eric, o a mio padre, o alle mie cicatrici, ma ad una sola cosa.
Non esisto.
Poi cado in un sonno disturbato da incubi che si avvicendano continuamente, senza lasciare spazio all'oblio che inseguo con tutta me stessa.

Sono di nuovo in moto dietro papà, ma non sono più una bambina. Sono cresciuta, e mentre mi stringo a lui capisco che c'è qualcosa che non va più chiaramente di quanto mi fosse successo anni prima. Così, quando la moto frena, penso di poter cambiare le cose. Ma non ci riesco, e tutto va a finire com'è già successo.
Solo che questa volta le cicatrici sono più profonde, e con orrore mi accorgono che tutti le guardano, e si allontanano schifati. Perché sono il simbolo della mia colpa.
Tra la folla vedo Eric e Bryan, e più indietro c'è Dan. Tento di chiamarli, tento di urlare, ma non mi sentono. Che i vetri mi abbiano danneggiato più in profondità del previsto?
Ma poi Eric si gira, mi vede. Allungo una mano verso di lui, che però non fa niente per avvicinarsi. Mi guarda con lo stesso disgusto degli altri, e poi mi volta le spalle.
Sono convinta di stare per piangere, ma le lacrime non scendono. Eric intanto afferra la mano di una ragazza senza volto, mentre Bryan mi guarda di sfuggita, prima di fare un cenno col capo a Dan e andarsene con lui.
Mamma si avvicina sul limitare della folla, e per un attimo penso che verrà ad aiutarmi, che mi starà accanto. Ma vede il cadavere di papà, e quando guarda me ha gli occhi pieni di rancore, pieni di rabbia. Sembrano dirmi che è colpa mia, e hanno ragione.
Apro ancora una volta la bocca per urlare, per piangere, o per fare tutte e due le cose, ma poi realizzo che non posso. Perché i mostri non urlano, i mostri non piangono, i mostri sono soli.
I mostri non esistono.


-Lauren, Lauren, è tutto a posto.- Sento qualcuno chiamare il mio nome e sussurrarmi qualcosa all'orecchio, ma in un primo momento non capisco chi è. -Loe, va tutto bene, ci sono io con te.
Una mano delicata mi accarezza la schiena, e riconosco la voce di Eric che mi parla e il nomignolo che mi ha affibbiato quando eravamo piccoli, anche se non riesco a ricordare perché sia qui, nè dove siamo.
Mi ci vuole un po' per realizzare che sono nel mio letto, quasi del tutto nuda, e sentire il peso del suo corpo sdraiato accanto a me. E mentre lo realizzo, mi riempe la paura che abbia visto le cicatrici.
Ma il mio petto preme contro il materasso, quindi non è possibile. Però non posso permettere che rimanga qui.
-Eric, te ne devi andare,- gli dico, col viso leggermente voltato dall'altra parte. Non posso permettergli neanche di vedere il mio viso, visto in che stato dev'essere.
-Non posso. L'ho visto come stai, e sappiamo entrambi cosa succederebbe se ti lasciassi da sola.
E' ironico, perché in realtà lui non sa cosa succederebbe. Sa che starei molto male, ma non sa tutto. E non lo saprà mai, come mi sono promessa tempo fa.
-Sto meglio. E' passata.
-Non è mai passata.
Questa volta ha ragione, ma non posso farglielo sapere.
-Almeno lasciami cambiare.
-Non posso fare neanche questo.
Lo dice con un tono fermo, e capisco perché. L'ultima volta che gliel'ho chiesto poi non l'ho fatto entrare in camera. Ma era giusto così, e lo rifarei ancora.
-Almeno passami una maglia,- sussurro. La faccio passare per una questione di pudore, e spero ci creda.
In effetti lo sento alzarsi dal letto e darmi una maglia nera che mi arriva alle cosce. Ringrazio che sia scura e la infilo mentre sono ancora sdraiata.
Poi mi metto su un fianco per dargli le spalle, senza riuscire a pensare a come parlargli o cosa dirgli.
Lui però non cerca di parlare, e lo ringrazio mentalmente. Si alza per chiudere la tapparella (anche se non capisco perché, dato la sola luce che può arrivare è quella pomeridiana), e poi viene a sdraiarsi dietro di me.
Mi avvolge con una braccio, e per un attimo ho paura che mi sfiori le cicatrici, ma poi la sua mano si ferma sulla mia vita e mi stringe a sè.
Mi abbandono all'abbraccio, perché ne ho un bisogno immenso. Ho bisogno di sapere che lui è lì, e che non mi lascerà.
Mi giro per respirare il suo profumo contro il suo petto nudo, e sono immensamente sollevata nel non sentire altro che quello, senza odori di altre ragazze e senza vedere segni di rossetto sul collo.
Così lui è soltanto lui, ed è esattamente come lo amo. Come amerei mio fratello, mi convinco mentalmente, prima di scivolare nel sonno buio di cui avevo bisogno.

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