Come può imparare qualcosa di diverso da sé stessa?

lunedì 28 luglio 2014

Le mie cicatrici. (Capitolo 5)

Sento il calore di un corpo contro il mio, e mi basta sentirne il profumo per capire che è Eric, e perché mi ritorni alla mente tutto quello che è successo.
E perché torni alla mente la paura, la colpa, la solitudine e tutte quelle emozioni che dopo l'incubo mi sembrano ancora amplificate. Stringo gli occhi, come se mi potesse aiutare a mandarle via. Ma non è così, ed è da stupidi illudersene ancora dopo tutto questo tempo.
La mano di Eric torna ad accarezzarmi la schiena, ed io non so che fare. Vorrei restare qua tutta la vita, perché tra le braccia del mio migliore amico è tutto più bello, ma allo stesso tempo vorrei stare da sola e scomparire. Eppure l'autocommiserazione non dura mai a lungo con me, perchè mi pare di crearmi solo una colpa in più.
Decido di alzarmi, e tento di liberarmii delle sue braccia che mi avvolgono senza svegliare Eric. Ma ha sempre avuto il sonno leggero, e appena mi muovo vedo che socchiude gli occhi e mi guarda. Gli basta un attimo per perdere lo sguardo assonnato. Non mi dice niente, ma la sua espressione preoccupata basta.
-Mi devo alzare,- gli dico.
-Allora vengo anch'io.- Fa per seguirmi, ma lo trattengo.
-Devo fare la doccia. Posso farla da sola?- So che vorrebbe starmi accanto, so che lo fa per il mio bene... Ma non ce la faccio.
Stringe le labbra. -Aspetta.- Esce in corridoio e torna in pochi minuti stringendo qualcosa in mano. Non gli chiedo neppure cos'è, perché ho la sensazione che lo scoprirò presto, e vado in bagno.
Mi chiudo la porta dietro le spalle e capisco che ha preso la chiave, e purtroppo non lo posso biasimare. Probabilmente avrei fatto lo stesso per lui, ma ammetterlo fa male. Mentre tolgo la maglia mi scappa un sorriso, pensando che al posto mio lui avrebbe voluto che lo seguissi nella doccia, e il solo pensiero mi fa arrossire.
Mi basta guardarmi allo specchio perché spariscano sia il rossore che il sorriso. Getto la maglia e gli slip, entrambi sporchi di sangue, nel cesto della biancheria sporca ed entro nella doccia.
Lì lascio che l'acqua lavi via il rosso, e quando ho finito mi avvolgo nell'accappatoio e torno in camera mia.
Eric non c'è, quindi infilo velocemente una maglia e un paio di pantaloncini e lo raggiungo al piano di sotto. Le cicatrici fanno ancora male, ma non è niente che non abbia già sopportato.
In cucina Eric è seduto al tavolo a mangiare un gelato. Sorrido pensando che non è la scelta ideale per fare colazione, ma poi mi cade lo sguardo sull'orologio e vedo che sono le sei. Capisco anche perché la luce non era molto forte in camera mia, e mi verso un bicchiere d'acqua. Forse dovrei essere io a dire qualcosa ad Eric, ma non so cosa.
Alla fine è lui a rompere il silenzio.
-Come stai?
-Sto meglio. Sto...- esito, poi mi decido a dire una bugia. -Sto bene.
Ma non è vero, e credo lo sappia quanto me. Può sembrare che la crisi sia passata, ma sento che tornerà presto. Perché i pensieri, tutti quei pensieri che mi uccidono, sono lì, appena sotto la superficie, e non so cosa li farà riaffiorare. Però so che il dolore li calma, almeno per un po', e sono disposta a sopportarlo.
Ma lui si limita a scuotere la testa, come se sapesse tutte queste cose che sto pensando, e il suo sguardo triste mi uccide. Perché so di non poter fare nulla per cambiarlo, e non credo che riuscirò mai a rassegnarmi a quest'idea.
-Mi dispiace che tu sia dovuto venire qua,- gli dico sedendomi e continuando a bere. Quando perdo tanto sangue di solito sento il bisogno di calorie, di qualcosa che mi rinforzi, ma stavolta sento solo il vuoto.
-Quella festa non era un granché,- tenta un sorriso, ma è debole, -specialmente perché non ti sei fatta proprio vedere. Eri bellissima con quel vestito,- sussurra l'ultima frase, tanto che se non ci fosse questo silenzio non riuscirei a sentirlo. -Perché non mi sei venuta a salutare?-chiede poi alzando gli occhi verso di me.
E' raro che parli così poco coerentemente, e mi torna alla mente che ci può essere qualcos'altro a disturbarlo. Dopo tutto, non sono il centro del suo mondo.
-Eri occupato,- sussurro anch'io, perché ho paura che basti pensare alla sera prima per scoppiare di nuovo a piangere. Stringo le labbra e respiro profondamente sperando che le lacrime si blocchino prima di uscire. Sbatto le palpebre, e in effetti non piango.
-Per te non sono mai occupato, lo sai.- Sappiamo bene entrambi che non sta scherzando, ma questo non toglie che non riesco a fidarmi di lui quanto vorrei. Non riesco a dirgli tutto, e mi dispiace parecchio.
Eppure questa cosa dimostra quanto mi voglia bene, perché continua a starmi accanto senza sapere cosa mi succede.
Faccio un sorriso, anche se viene male, e giro attorno al tavolo per andare ad abbracciarlo. Mi stringo a Eric come se fosse la mia ancora di salvezza, e lui fa lo stesso. Poi lo porto in salotto e lo faccio sedere accanto a me, sperando che mi dica cosa lo preoccupa.

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