Come può imparare qualcosa di diverso da sé stessa?

lunedì 28 luglio 2014

Le mie cicatrici. (Capitolo 6)

-Vuoi parlarne?- dico a Eric mentre siamo seduti sul salotto, lui che mi circonda con le braccia.
-Di cosa?
-Di quello che ti preoccupa.
-Non è niente,- mi dice. Lo fa spesso: crede che i miei problemi siano i più importanti, e che per questo i suoi non valgano nulla. Come se fosse una gara a chi sta peggio.
Mentre penso a come rispondergli, a come farlo sfogare, gli vibra il cellulare. Non fa nulla per prenderlo, ma il suo viso si fa più preoccupato.
-Puoi vedere se vuoi.
-Non dev'essere importante.
Faccio per prenderglielo dalla tasca, cosa che non gli ha mai dato problemi, ma mi blocca la mano con la sua. Alzo lo sguardo e incontro il suo, che per un attimo è duro come non l'ho mai visto. Non rivolto a me, almeno.
Ma poi si riprende, ed è come se l'avessi immaginato. Invece di lasciarmi togliere la mano me la stringe e se la porta alle labbra. Rimango ipnotizzata alla vista di lui che ad occhi chiusi posa un bacio leggero sulle mie dita prima di stringersi la mano contro la guancia.
Non riesco a distogliere gli occhi da lui e dal suo viso sofferente, e alla fine decido che non è così importante farlo.
Poi il cellulare prende a squillare e il momento si spezza. Apre gli occhi di scatto e risponde, come se quella chiamata fosse più importante del messaggio di prima.
Magari lo è.
Non riesco a sentire quello che gli dicono dall'altra parte della linea, e ascolto solo l'Ok con cui lui chiude la chiamata.
-Devo andare,- mi dice ancora con quell'espressione sofferente in viso.
-Dove?- Mi dice sempre tutto, può farlo anche questa volta. Giusto?
-Passo stasera.- Sbagliato, a quanto pare.
Mi lascia un bacio in fronte e va subito verso la porta. La sento chiudersi, e poco dopo avverto il rombo della sua moto.
Chiudo gli occhi, un po' perché quel suono mi uccide, un po' perché non mi aspettavo di sentirlo più, non con lui
E più di qualunque altra cosa perché il mio migliore amico non si fida più di me, che è la cosa peggiore che mi potesse capitare.
Voglio salire in camera e fare l'unica cosa che può aiutarmi quando sto male, ma non credo di riuscire senza la paura e la follia che mi riempiono in uno dei miei momenti.
Decido di uscire e andare da qualche parte che possa rilassarmi, anche se non sono sicura che esista un luogo del genere.

Cammino per la strada. Incrocio decine di persone e nessuno mi guarda. Sono invisibile, ma stavolta va bene così.
Mi fermo su una panchina in una villetta isolata da dove si sente il suono del mare lì vicino. Mi stringo le braccia al petto, ma il dolore mi ferma e le allontano subito. Non so che fare, e come al solito uscire non mi ha aiutata affatto.
Guardo verso i cespugli dietro cui so esserci il mare, ma non ho neanche voglia di alzarmi e andare sulla spiaggia.
Non ho voglia di niente, se non di ritrovare papà, o di abbracciare Eric. Mi pare di risentire il rombo del suo motore, e mi distrugge un'altra volta.
Forse non è normale, non dopo tanti anni, ma ogni volta che lo sento mi pare di rivivere l'incidente, l'impatto, i vetri che mi feriscono il petto, papà che muore. L'asfalto sotto di me, la vita che pare andarsene e tornare finché mi sono sento scivolare via.
Sbatto le palpebre, felice di essere da sola. Resto seduta lì ancora un po', poi sento dei passi per il vialetto e penso di andarmene per non vedere nessuno. Ma alla fine resto ferma lì, perché non mi importa molto della gente.
Guardo ancora verso i cespugli come se potessi attraversarli con lo sguardo e vedere il mare, quando sento i passi avvicinarsi e capisco che è una sola persona che ha girato l'angolo.
-Posso?- è un ragazzo a chiedermelo, ma quando mi giro non aspetta la risposta e si siede. È alto, forse più di Eric, con i capelli e gli occhi scurissimi, ma non riesco a capire se la pelle è scura perché è abbronzato o è così di natura.
Mentre lo guardo prende dalla tasca un pacchetto di sigarette e se ne accende una. La porta alla bocca, e guardando il piercing al sopracciglio penso che dev'essere uno di quei ragazzi che sopravvive mostrando quant'è duro.
Che stupido, penso prima di realizzare che io in effetti faccio lo stesso. Continuo a mostrarmi forte quando sono letteralmente a pezzi.
Comincio a rigirarmi l'anello attorno al dito, e lui aspira dalla sigaretta prima di parlare. Faccio una smorfia quando mi arriva la puzza di fumo e mi sposto un po' più lontana da lui lungo la panchina.
-Non vorrei essere scontato, ma una bella ragazza come te non...
-Non dovrebbe essere in un posto così isolato tutta sola, non si sa mai cosa potrebbe succedere,- lo interrompo. -Non sono tutti benintenzionati come te, eh?
Resta un attimo in un silenzio stupito, poi fa un mezzo sorriso. -Sono stato scontato.
-Molto,- confermo.
Ma non ne sembra così disturbato.
-Sei stata ad una festa l'altra sera? Mi pare di averti visto, ma non ne sono sicura.
Esito. -Sì, a casa di un mio amico.
-Avevi un vestito rosso?
Annuisco, poi mi tolgo l'anello e comincio a morderlo. E' di legno, ed è pieno di crepe. Si è graffiato con me durante l'incidente, e certe volte penso sia la cosa che mi rispecchi di più al mondo. Pieno di cicatrici, ancora intero, ma pronto a rompersi con l'arrivo di un impatto troppo forte.
-Mi hai sbattuto contro uscendo, nel caso non te ne ricordassi. E sei scappata via senza neanche chiedermi scusa.
-Ah, eri tu?
Ricordo vagamente di qualcuno per le scale, ma non mi importa molto. E chiedergli scusa era l'ultimo pensiero che potesse attraversarmi la mente.
Continua a parlarmi, forse cercando di provocarmi, ma l'unica cosa che penso è che sta coprendo il rumore del mare. E pensare che ha l'aria di uno che ci sa fare con le ragazze.
Ad un certo punto smette di parlare, e mi giro verso di lui. Mi sta guardando con un sopracciglio alzato.
-Mi spieghi perché stai qui con me se non mi ascolti?
-Sei tu che sei venuto a disturbarmi. Mi piace sentire il rumore del mare, solo che con la tua voce non riesco. È piuttosto fastidiosa, sai?
Non sto veramente pensando a quello che dico, perché in effetti non m'importa nulla di ciò che pensa di me.
-Capisco. Quindi se restassi in silenzio mi sopporteresti di più?
Faccio spallucce e a lui sembra bastare. Torna alla sua sigaretta, ma sento il suo sguardo su di me.
-Che c'è?- Gli chiedo alla fine.
-Sei bella.- Me lo dice seriamente, tranquillo, come se fosse un dato di fatto, e penso di aver capito male.
-Scusa?
-Ho detto che sei bella.- Lo fisso negli occhi seri un istante, ma poi non riesco a trattenermi e scoppio a ridere. Rido forte, fino ad avere le lacrime agli occhi.
Un tipo del genere che dice ad un mostro come me che sono bella.
Mi mette una mano appena sopra il ginocchio, e io gliela scaccio. Poi mi alzo, perché le lacrime non scendono più per le risate, e ho bisogno di andarmene.
-Dove stai andando?- Lo sento gridare.
Strofino gli occhi e mi giro continuando a camminare all'indietro. -Vado a casa. Ci vediamo in giro.
Non so come mi sia venuta questa risposta e al momento non è importante.
L'importante è che ho bisogno di andare a casa e vorrei tanto stare meglio. Mentre cammino una paura mi colpisce: e se continuassi così tutta la vita? Se non riuscissi ad essere normale, a sentire un complimento, a essere contenta senza dover soffrire prima più del sopportabile?
E' quello a cui penso mentre cammino e sento il mondo girarmi intorno. Poi il mondo non c'è più e le mie paure non sono tanto importanti.

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