Come può imparare qualcosa di diverso da sé stessa?

domenica 27 luglio 2014

Pianofortare. (Scena unica)

Non è uno dei miei scritti migliori, ma va bene così. Il titolo ha un significato preciso, ma non starò qui a spiegarlo. L'ho pubblicato come omaggio(?) alle ragazze del gruppo Traduttori Disperati (il cui nome potrebbe cambiare nel giro di dieci minuti, ma il concetto è quello), perché le amo tanto.

In ogni caso, loro capiranno. Buona lettura!

Scesi le scale in silenzio. Non c'era nessuno, ma le abitudini erano dure a morire, ed erano anni che tentavo in tutti i modi di non farmi notare. Mi dirigevo verso la cucina per prendere un bicchiere d'acqua, ma da una porta che credevo chiusa vidi filtrare un raggio di luce. Mi avvicinai e la socchiusi leggermente. C'erano un divano vuoto, un tavolino da caffè, e, più in fondo, un pianoforte. Seduto davanti al piano, di schiena, c'era un ragazzo. Vedevo dei capelli neri e delle spalle. La musica che proveniva dal pianoforte era delicata, bellissima, ma non riuscivo a riconoscerla. Doveva essere qualcosa di classico.

Feci un passo indietro, ma il piede nudo fece scricchiolare l'asse di legno. Il ragazzo si girò, e lo riconobbi. I capelli neri gli ricadevano sulla fronte in ciuffi scomposti, ma non sarebbero potuti essere più perfetti neanche facendolo di proposito. Gli occhi erano castani, profondi.. Sembravano fatti per i tratti del suo viso, quasi fossero gli unici che avrebbero potuto sul serio completarlo.
Non fece nulla per venirmi incontro, e io rimasi sulla porta a guardarlo come una stupida. Tanto per cambiare.
-Sei bravo.- dissi alla fine.
-Grazie.- si girò e tornò a suonare, come se non ci fossi. Non capii se era sicuro che me ne fossi andata o cosa.
Ma mi piaceva come suonava, quindi optai per o cosa e mi andai a sedere sul bracciolo del divano, proprio accanto al pianoforte. Non alzò neppure gli occhi dallo spartito, anche se ero piuttosto sicura che non lo stesse seguendo davvero.
-Sei ancora qui?
-Mi piace come suoni.
Al che smise di suonare. Ovviamente.
-Cosa vuoi?- Mi zittì prima che potessi rispondere con quell'ironia che non sopportava. -Sul serio.
-Chiederti scusa. Avrei dovuto dirtelo. Ma questo non vuol dire che non lo rifarei.
-E se ti fossi fatta male?
-Ne sarebbe valsa la pena.
-Non credo.
-Io credo di sì. E poi è la mia vita.
Era in piedi di fronte a me, e dovetti alzare il collo per non trovarmi a fissare semplicemente il petto coperto dalla maglietta scura. Non che mi dispiacesse, intendiamoci, ma quel ragazzo sapeva già di essere bello, e non aveva bisogno di qualcuno che glielo ricordasse. Eppure, quando incrociai il suo sguardo non potei fare a meno di fare un passo indietro. Stavo per cadere sul divano, e mi aggrappai alla prima cosa che mi capitò, che era il suo braccio. Mi mise d'istinto l'altro attorno alla vita, ed ero contro di lui, immobile, ancora ipnotizzata dai suoi occhi.
Perchè dovevano essere così dannatamente profondi? Non lo sapevo, ma questo non toglieva che lo fossero. E che mi attirassero verso di lui.
Mi attirassero parecchio. Ed è sbagliato rifiutare l'istinto, giusto? Non ci pensai due volte, e mi alzai sulle punte. Mi venne incontro a metà strada... E ci baciammo.
Maledetto istinto.
Le sue braccia si strinsero di più attorno ai miei fianchi, e non potei fare a meno di stringermi a mia volta lui. Si sedette sulla panca morbida del piano, e gli strinsi le gambe attorno alla vita.
Per istinto, come continuavo a ripetermi, ma le parole si persero nel bacio. Quando lo spinsi contro la panca, cademmo a terra. Mi sollevò senza interrompere il bacio, e mi portò quasi senza fatica (almeno così credevo, nel mio mondo fatto dalla sua bocca e dalle sue mani) al divano.
Ci lasciammo cadere sui cuscini morbidi, le sue mani ovunque, la sua bocca dolce sulla mia.. Nient'altro che noi, in un mondo che presto sarebbe svanito.


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