Come può imparare qualcosa di diverso da sé stessa?

venerdì 15 agosto 2014

Le mie cicatrici. (Capitolo 11)


Arriviamo da me nel giro di dieci minuti, e porto subito Eric in bagno per essere sicura che non si sia fatto niente di serio. Bagno un asciugamano sotto l'acqua calda e gli tampono il viso. Non pare essersi fatto nulla di grave, e la cosa mi tranquillizza.
-Ha iniziato lui o tu?
Stringe la bocca come fa sempre quando non vuole dirmi qualcosa, e così facendo mi assicura che è stato lui. Scuoto la testa, ma deve stare davvero male, perché di solito non si comporta così. Anzi, la maggior parte delle volte è stato lui a tirarmi fuori dalle risse. Quindi lo abbraccio, perché gli voglio bene, e non sopporto di vederlo stare così. E odio pensare che non mi parli per non caricarmi di un peso in più, perché ormai dovrebbe sapere che un peso portato in due è più leggero.
Però quando lo abbraccio si tira indietro, e per un attimo mi prende il panico. L'attimo passa, e mi accorgo che si sta tenendo una mano sullo stomaco come se fosse l'unica cosa che lo fa restare unito.
-Togliti la camicia,- gli dico. Ho la bocca secca, e non sono sicura se sia perché vederlo senza maglia mi fa agitare, perché penso a come sono io senza maglia, o perché ho paura che possa essersi fatto male sul serio.
Ma quando si sfila la camicia i suoi addominali sono perfetti come sempre, se non fosse per un livido sulle costole. -Ti fa molto male?
Scuote la testa. -Devo solo evitare di toccarlo.
Eppure ho una voglia terribile di sfiorargli la pelle abbronzata, e da qualche parte sale l'istinto di baciarla, di guarirla, di...
Mi tiro indietro e prendo un respiro profondo.

-E' meglio se te la rimetti,- gli dico facendo cenno alla camicia che ha lasciato cadere nella vasca da bagno a cui era appoggiato.
-Preferisco stare così.
-Vuoi restare qua a dormire?- Glielo chiedo per cambiare argomento, ma poi mi accorgo che in effetti la cosa mi fa solo innervosire di più.
Comunque andiamo in camera, e come al solito resta a dormire con me. Non è mai stato un problema, ma prima eravamo più piccoli, era diverso. Probabilmente però non capisce come la vedo, perché quando torno in camera con i pantaloncini e la maglietta che uso per dormire è completamente rilassato, appoggiato al letto come se non l'avessi appena tirato fuori da una rissa. Il livido quasi non si vede, e posso solo essere contenta che abbia deciso di tenere almeno i jeans.
Mi sdraio accanto a lui, dal lato opposto al livido, e lascio che mi faccia appoggiare al suo fianco. Restiamo così in silenzio, io che sento il suo cuore che batte e lui che mi tiene stretta a sé come quando eravamo bambini. 
-Loe,- mi chiama.
Alzo il viso verso il suo, che è a pochi centimetri di distanza.
-Oggi, quel ragazzo...- esita.
-Sì?
-Stava parlando di te. E' per questo che l'ho picchiato. Ha detto che eri nell'altra sala con un ragazzo, ma io non ci volevo credere, perché le persone in quella sala non vanno solo per bere qualcosa. Solo che invece di venire a controllare l'ho picchiato. Scusa.
Rimango in silenzio per un attimo. In un certo senso l'ha fatto per me, ed è stata una cosa dolce, ma è stato comunque sbagliato, e non ne aveva il diritto. Prima che possa rispondergli, mi accorgo che il suo respiro si è fatto regolare, segno che si è addormentato.

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