Come può imparare qualcosa di diverso da sé stessa?

sabato 23 agosto 2014

Le mie cicatrici. (Capitolo 12)


Quando mi sveglio sento ancora il petto di Eric che si alza e si abbassa lentamente, e mi alzo in silenzio per non svegliarlo. Al piano di giù prendo il cellulare e scrivo a mamma, che mi risponde dicendomi che dovrebbe tornare domani mattina. Faccio per rimetterlo sul tavolino, quando mi arriva un altro messaggio.
"Hai da fare stasera?" Mi dice che arriva da Kevin, e non sono contrariata dal fatto che mi abbia salvato il proprio numero sul cellulare, né che abbia preso il mio. Anzi, mi scappa un sorriso.
Sono comunque indecisa tra il chiamarlo e il rispondergli con un altro messaggio, quindi decido di aspettare e intanto porto il cellulare in cucina.
Mentre mi verso un bicchiere d'acqua entra Eric. E' ancora senza camicia, e porta i jeans abbassati sui fianchi. Ha l'espressione confusa di qualcuno appena sveglio, e mi trovo a pensare che era un po' che non lo vedevo così, e che sembra più giovane.
E' un po' di più come quando eravamo piccoli, e lo sento un po' più vicino, un po' più mio.
-Buongiorno.
Mi guarda strofinandosi il dorso della mano sugli occhi, e non capisco cosa vede. -Buongiorno. Vieni?
Mi fa cenno con la testa e andiamo a sederci in salotto. Mi metto accanto a lui e raccolgo le gambe sotto di me, aspettando che parli.
-Mi dispiace di averti lasciata da sola ieri sera.
-Tranquillo. Dopo tutto eravamo lì per te.
Mi occorre un attimo, ma quando non risponde capisco di aver detto la cosa sbagliata.
-Voglio dire, eravamo lì anche per te... E' giusto che ti diverta anche tu...
Ma Eric non mi ascolta, e non so che dire per cambiare quello che ho detto. Anzi, lo so: non posso dire nulla.
-Papà doveva tornare stamattina, è meglio che vada a casa.
-Ti accompagno.
-Non c'è bisogno.
Ma insisto, e mentre lui si rimette la camicia io cerco qualcosa di veloce da infilarmi. Lo raggiungo dopo pochi minuti, e la sua espressione rassegnata mi ferisce un po'. O meglio, mi ferisce molto, ma non ha senso dirglielo.

Scendiamo dal pullman e siamo quasi davanti a casa sua, ma lo fermo prima di entrare nel viale.
-Eric,- lo prendo dal braccio e lo tiro verso di me, ancora insicura di quello che voglio dirgli. Ma lui è distratto, e gli basta un attimo perché sia a pochi centimetri da me. Sento il suo respiro sulle labbra, e per un attimo mi chiedo come sarebbe baciarlo. Ma l'attimo si prolunga, e invece di allontanarmi porto le mani sulle sue spalle e mi avvicino ancora di più. Sto per sfiorargli le labbra, quando lui si tira indietro.
-Lauren, non credo sia una buona idea...- L'azzurro degli occhi pare inghiottito dal nero, e quando fa un passo indietro e comincia a camminare velocemente verso casa sua mi prende il panico. Gli corro dietro, e gli sono subito accanto.
-Scusa Eric... Non volevo...- Balbetto qualcosa, ma lui pare non ascoltarmi.
-E' meglio se torni a casa.
Siamo quasi alla porta, ma io continuo a camminargli accanto.
Non posso perderlo. Non posso.
-Eric!- Lo chiamo, ma lui spinge la porta e entra cercando di chiudersela dietro. La blocco con un piede ed entro dietro di lui, ma continua ad ignorarmi. Corre lungo la sala ignorando i due che sono sul divano. Solo quando si sbatte la porta della sala alle spalle mi rassegno al non seguirlo, e al fatto che ho perso una delle persone più importanti della mia vita. Mi fermo in mezzo alla stanza, e solo adesso guardo davvero la coppia che è sul divano.
Per un attimo riesco solo a fissare dei capelli castano chiaro, e poi il padre di Eric. Continuo a fissare la coppia, e faccio un passo indietro. Perché quella donna con i vestiti stropicciati e le labbra gonfie che mi guarda dal divano non è la mamma di Eric.
E' mia mamma.
Li guardo finché non realizzo che chiudendo gli occhi non cambierà nulla, e lo so bene, poi corro fuori anch'io. Forse mamma mi sta chiamando, ma non la sento.
Ho bisogno di superare varie strade prima di realizzare che Eric lo sapeva già, e non mi aveva detto nulla. E mi sento tradita.
Da mamma, che dovrebbe essere con me, e invece è con il padre del mio migliore amico a fare chissà cosa; e da Eric, che lo sapeva ma ha preferito non dirmelo. E da papà, che se n'è andato per colpa mia, ma comunque mi ha lasciata sola. E da qualcuno che non so chi è, che non dovrebbe farmi vivere tutto questo.
Sono quasi a casa, e realizzo una cosa: tutto questo è colpa mia. Papà è morto per colpa mia, e se lui fosse ancora qui ci sarebbe anche mamma. Io ho cercato di baciare Eric, e se non l'avessi fatto avrei ancora il mio migliore amico. Io ho voluto che venisse in discoteca, e per colpa mia si è fatto male.

I pensieri mi affollano la mente mentre entro in casa. Lascio cadere le chiavi e come in lontananza sento la porta che sbatte. Poi corro su per le scale con la testa che pare farmi male fisicamente, e chiudo a chiave la porta del bagno dietro di me. So che così peggioro le cose, so che potrebbe essere sbagliato, so che potrei farmi male sul serio, ma non m'importa. Forse è quello che voglio, liberare il mondo dal mio peso. Semplicemente non sono abbastanza coraggiosa per farlo.
Sfilo la maglia e mi guardo allo specchio, poi chiudo gli occhi e faccio l'unica cosa che mi fa stare meglio.

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