Come può imparare qualcosa di diverso da sé stessa?

sabato 30 agosto 2014

Le mie cicatrici. (Capitolo 13)

Il pugnale è sotto il lavello, dove lo lascio sempre, e quando lo prendo mi fa un po' paura vedere la fermezza nelle mie mani, sapere che ho fatto lo stesso gesto decine di volte, e sapere che continuerò a farlo fino alla fine. Fino alla mia fine.
Stringo le dita attorno all'impugnatura, e il resto del mondo sembra svanire. Inizio a ripercorrere le cicatrici sulla parte alta della pancia, e ogni volta il taglio sembra diventare più profondo. I segni sono ancora freschi, ma so per esperienza che la cosa non è un problema. Dopotutto è già successo e succederà ancora, e non ci posso fare niente.
Eppure, mentre una parte di me al pensiero è spaventata, l'altra si sente quasi confortata da questo gesto familiare. E' malsano, lo so bene, ma so anche che dopo l'ennesimo taglio il mio corpo si sente più leggero, e scendo per sedermi a terra e appoggiarmi alla vasca da bagno alle mie spalle. Poggio un attimo il pugnale a terra e chiudo gli occhi, ma mi pare ancora di riuscire a pensare troppo chiaramente. E l'unica cosa a cui riesco a pensare è che è colpa mia, e non è qualcosa che riesco a sopportare. Quindi ripercorro un altro taglio, e un altro ancora, e per la prima volta creo da sola un'altra cicatrice. Perché oggi con Eric mi sono creata una colpa in più, e ho bisogno di segnarla. Ho bisogno di ricordarla, e di andare a ripercorrerla, e di farla sparire nel sangue che scende sulla pelle bianca fino a farmi sembrare un mostro.
Sembrare, o essere? Forse, semplicemente, mi fa sembrare quello che sono. Non ne sono sicura, ma mentre stringo il pugnale sono piuttosto certa di aver perso più sangue del solito e più in fretta del solito, e non penso sia positivo, non se voglio sopravvivere. Ma il problema è un altro. Voglio?
Lo stomaco mi si contrae, e decido di no. Non voglio, e tento di stringere di più il pugnale e portarmelo al petto di nuovo. Perché tagliarsi le vene sarebbe troppo facile, troppo veloce.
Forse sono riuscita a farcela, anche se sento la mano ricadere a terra. In qualunque caso, sono troppo debole per pensare, e ricado nell'incoscienza.

Sono in montagna, nello stesso paese in cui sono andata un anno dopo l'incidente. Mamma ha detto che abbiamo bisogno di allontanarci dalla città, quindi siamo venute qua. Non c'è nulla, ma il nulla è perfetto per me.
Passo davanti ad una bancarella. La ricordo: è quella dove ho preso il pugnale. Anche la signora seduta dall'altra parte è la stessa, e mi sorride come ha fatto la prima volta.
-Le piace qualcosa, signorina?- mi chiede con un accento straniero che non riesco ad identificare. Scuoto la testa davanti ai bracciali e alla bigiotteria fatta a mano, e mi fermo davanti ad un pugnale in una custodia di cuoio.
-Taglia?- chiedo mentre lo sfilo dalla custodia.
-E' un taglia carte, ma fa male.-
Come la volta precedente, faccio per passarmelo lungo il palmo della mano per vedere se riesce a tagliarmi, ma stavolta non riesco.
-Lauren!- è la voce di papà a chiamarmi, e quando mi giro vedo che sta venendo verso di me. -Non farti male!
Non riesco a parlare, e mi si blocca il respiro. Perché lui è morto, ed è sbagliato vederlo qua. Dovrei tagliarmi come per sbaglio, e poi insistere con la signora per comprare il pugnale, sentirla protestare e alla fine dire di volermelo regalare. E poi portarlo a casa e tagliarmi per l'ennesima volta lungo quelle cicatrici che non passeranno mai.
Invece non succede niente di tutto questo, ma mentre papà mi porta via comincio a urlare perché sento un bruciore tremendo al petto, poi apro gli occhi e mi alzo di scatto continuando ad urlare.

Nessun commento:

Posta un commento