Come può imparare qualcosa di diverso da sé stessa?

giovedì 7 agosto 2014

Le mie cicatrici. (Capitolo 8)


Apro gli occhi quando sento la luce sbattermi sulle palpebre, e vedo subito Eric ancora seduto accanto a me. Mi appoggio ad un gomito, e lui si gira a guardarmi.
-Come stai?- E' preoccupato, ma non capisco perché. Voglio dire, capita a tutti di stare male.
-Bene, mi sento solo un po' debole.- Nel seguente attimo di silenzio realizzo che non mangio nulla da più di quarantotto ore, perché l'ultima volta che ho ingoiato qualcosa è stato prima della festa. Sembra passato troppo tempo da quando sono corsa via di lì.
Eric mi porta in cucina a mangiare qualcosa, e poi restiamo seduti al tavolo.
-Vuoi riposarti?
Scuoto la testa. -Ho dormito abbastanza.
-Perché puzzavi di fumo?- Mi chiede poi. Impiego un paio di secondi a ricordarmi che quel ragazzo, quel Kevin, aveva fumato proprio accanto a me.
-Non ho fumato, tranquillo.- Gli darebbe fastidio, ne sono sicura, anche se so bene che quando lui è nervoso fuma. Qualcosa di più pesante delle sigarette, se è successo qualcosa di grave.
-Ha fumato quel ragazzo?
-Sì.
-E perché eri con lui?
-Ero in giro, abbiamo parlato, e quando ho cominciato a sentirmi male si è offerto di accompagnarmi a casa.
-Avresti potuto chiamare me.- Non ha un tono arrabbiato, piuttosto sembra... ferito. Nel sentirlo così alzo gli occhi dal tavolo che ho continuato a fissare mentre parlavamo. Lui mi guarda con degli occhi che sembrano parlarmi, ma non capisco cosa vogliano dirmi.
-Non volevo disturbarti,- mormoro. O forse non riuscivo a sopportare il fatto che non mi avresti detto con chi eri, cosa stavi facendo, cos'hai lasciato per venire da me. Perché non riesci a leggere nei miei occhi?
-Lo sai che sarei venuto.
-Lo so.
Però non so che dirgli. E' orribile vederlo così ferito, ed è orribile pensare di poterne essere la colpa, anche se solo in parte.
-Ti va di andare da qualche parte? Magari in discoteca...- cerco di sembrare allegra. Gli piace la discoteca. Gli piace uscire... Giusto?
-Non stai bene... E vorresti andare in discoteca?
-Sì!- Voglio farlo stare bene. Voglio che sorrida come non succede da tanto. Voglio che mi veda come una ragazza, e non come la sua migliore amica. Almeno per una volta. Un momento in cui non siamo come fratello e sorella, ma come due ragazzi che escono insieme. E' così impensabile?
Il suo sguardo mi dice che sì, è impensabile. Non accadrà mai, e me lo devo togliere dalla testa.
Esita un attimo prima di rispondere. -Va bene. Vado a cambiarmi e torno.

Salgo in camera mia mentre esce. Sento il rombo della moto, ma stringo gli occhi e faccio un respiro profondo. Devo farcela. E' tutto passato.
Faccio una lunga doccia e mi fermo davanti all'armadio con l'asciugamano addosso. Il petto brucia un po', ma non troppo. Fisso le ante aperte. Non ho niente di elegante, sexy o femminile, a parte le cose che mi ha regalato mamma e che non ho mai messo. Cerco in quel cassetto dell'armadio che non apro mai e trovo una minigonna gialla e una camicetta nera accollata ma abbastanza aderente. Non voglio mettere una camicetta più chiara per non rischiare di lasciare intravedere le cicatrici, ma questa è già abbastanza. Sarebbe anche troppo, se non fosse che la indosso pensando ad Eric. Trovo un paio di tacchi abbinati alla minigonna e li metto sperando che non mi facciano male i piedi. Non riesco a ricordare l'ultima volta che li ho messi, e mi viene da pensare che quando mi vesto così è solo per Eric.
Che possa anche farmi sentire più bella, oltre che provare ad esserlo?
Ma il pensiero svanisce quando guardandomi allo specchio mi pare di vedere risaltare le cicatrici anche attraverso la camicetta nera, e per un attimo non riesco a pensare ad altro che a quelle ferite che rimarranno per sempre. Perché, a dispetto di quanto i medici o le dottoresse possano avermi detto, so che è così.
Sento il campanello suonare e mi riscuoto. Scendo subito le scale, e quando apro la porta trovo Eric che mi aspetta appoggiato allo stipite. Mi guarda, e sembra... Non riesco a decifrare il suo sguardo. Sembra arrabbiato, triste, nervoso? Di sicuro non gli piace quello che vede.
Andiamo in macchina, e Bryan ci aspetta al volante. Lui mi guarda e sorride, e mi sento un po' meglio.
-Stai benissimo,- mi dice dopo aver messo in moto.
Mormoro un grazie e gli sorrido anch'io, ma il fatto che Eric sia ancora in silenzio fa un po' male. Anzi, fa tanto male, e fa ancora più male ammetterlo.
Dopo alcuni minuti ci fermiamo davanti ad una discoteca da cui esce musica a palla. Davanti alla porta sono appoggiati alcuni ragazzi che fumano, e faccio una smorfia per la puzza. Poi Eric mi viene accanto, e quasi non la sento più per quanto è forte il suo profumo. E' buono, lo riconoscerei ovunque. E' un po' il profumo della mia infanzia, anche se in questi anni è cambiato. Ma sono cambiata anch'io, e non ci possiamo fare niente.
E' solo quando una ragazza ferma Eric e devo andare avanti con Bryan che penso a qualcos'altro.
Certe cose non cambiano mai, e sono le cose che ti uccidono dentro.

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