Come può imparare qualcosa di diverso da sé stessa?

martedì 2 settembre 2014

Le mie cicatrici. (Capitolo 14)


Attorno a me vedo la stanza che gira, e capisco di essermi addormentata, o forse di essere svenuta, sul pavimento del bagno. Per sbaglio devo aver toccato i tagli, perché mi fanno più male del solito. Ma può capitare, e non dovrei stupirmi, non dopo tanto tempo. O forse sì?
Appoggio la testa al bordo della vasca, e sento il bisogno di sciacquarmi via il sangue che mi si è incrostato addosso. Quindi mi alzo a fatica e mi lascio quasi cadere nella vasca da bagno. Prima di alzarmi e aprire l'acqua della doccia ho bisogno di fermarmi un attimo, e quasi mi dimentico di avere ancora il resto dei vestiti addosso. Li sfilo e li butto accanto alla vasca, poi mi alzo e mi lavo. Il sangue che scorre mi è familiare, eppure è ancora un po' strano pensare che è tutto mio, che mi scorreva nelle vene.
Ma senza sono più leggera, porto un peso in meno, una colpa in meno, quindi va bene così.

Esco dal bagno decidendo che anche se mi sento debole non voglio mangiare, voglio sentirmi leggera ancora per un po', e vado direttamente in camera. Sto per sdraiarmi sul letto a riposarmi ancora un po', ma sulla porta compare mia mamma. Non l'ho pensata fin'ora, ma vedendola non riesco a fare a meno di pensarla sul divano con il padre di Eric, e stringo subito gli occhi. Ma ancora una volta, per l'ennesima volta, chiudere gli occhi non manderà via i brutti momenti, quindi li riapro e la guardo.
Ha l'espressione abbattuta, gli occhi gonfi di chi ha pianto tutta la notte, e mi guarda come se mi avesse perso. Bhe, forse ha ragione, ma posso farle perdere anche me dopo averle portato via papà?
-Posso?
Annuisco, e si viene a sedere sul letto accanto a me. Sono debole, non riesco a pensare chiaramente, ma quando lei non dice niente capisco che devo essere la prima a parlare.
-Perché non me l'hai detto?- E' la prima cosa che mi viene in mente, ma non sono sicura che sia quella giusta. A dirla tutta, non sono neanche sicura che esista qualcosa di giusto da dire.
-Avevo paura che la prendessi...- esita un attimo, poi riprende, -che la prendessi come l'hai presa.
-Come dovrei prenderla vedendo te che vai a letto col padre del mio migliore amico?- Forse dovrei avere voglia di piangere, ma per una volta provo solo rabbia.
-Io... Noi...- Sembra sia lei quella sul punto di scoppiare in lacrime, ma spero ardentemente che non lo faccia, perché mi arrabbierei e le urlerei contro. -E' il tuo migliore amico,- dice alla fine, -non dovreste essere contenti di diventare quasi fratelli? In un certo senso lo siete già,...- continua a parlare, ma in realtà non la sento.
E' questo che voglio essere per Eric? Una sorella?
-E sua mamma? Rovineresti la sua famiglia, se non l'hai già fatto. E papà?
Le lacrime stanno per arrivare, ma non riesco a sopportare che qualcuno le veda.
-Esci di qui.- Mi alzo. -Vattene, per favore.
La sua espressione torna ad essere quella che aveva sulla porta, e non se lo fa ripetere due volte. Esce, e io chiudo a chiave dietro di lei.
Poi mi butto sul letto e mi lascio affogare nell'autocommiserazione.

Mi svegliano dei colpi sulla porta, e affondo di più il viso nel cuscino.
-Vattene!- Urlo senza neanche alzarmi, perché non riuscirei a vedere mamma senza scoppiare di nuovo a piangere. Perché sta tradendo papà, ed è tutta colpa mia.
-Loe, apri!- Solo quando mi chiama col mio soprannome riconosco la voce di Eric, e per qualche motivo mi affiorano di nuovo le lacrime agli occhi. Non vorrei vederlo, ma allo stesso tempo voglio sapere perché è qua, quindi mi alzo per andare ad aprire. Davanti alla porta strofino ancora una volta gli occhi sperando che non si veda che ho pianto, poi gli apro.
-Loe!- mi viene subito incontro e mi abbraccia, però io mi tiro indietro perché sento ancora il petto che mi brucia. Stringe le labbra mentre si fa indietro anche lui, ma non posso dirgli che in realtà lo vorrei tenere stretto a me per sempre. -Mi dispiace per ieri,- dice.
Scuoto la testa. -E' colpa mia. Non dovevo...- provare a baciarti. Ma sul serio non dovevo? Perché è il mio migliore amico? Mi sento un po' male a dirlo, perché in realtà volevo, e se potessi lo rifarei, e lo bacerei mille volte. Ed è stupido ammetterlo, ma è così.
-Stai bene?- mi chiede poi.
-Sì... Tu?
Fa per dire qualcosa, ma poi sembra ripensarci. -Intendevo per tua madre.
Mi irrigidisco. -Come dovrei stare?
Si passa una mano tra i capelli, e scommetto che vorrebbe maledire la mia testardaggine che mi porta a non dirgli nulla, o quasi. -Non lo so, non lo so.
-Però non voglio vederla,- mormoro.
-Tranquilla, è uscita.
-Ti ha fatto entrare lei?
Alza la mano in cui ha un mazzo di chiavi. -No.
-Stavi riposando?- mi chiede dopo alcuni istanti di silenzio.
Annuisco.
-Ti va di andare a mangiare fuori visto che ormai ti ho svegliata?
-Okay, un attimo che mi cambio.

Scende ad aspettarmi in salotto, e io indosso un paio di jeans e una maglietta a sbuffo in modo che non sfiori neppure il petto. Infilo le ballerine, poi lo raggiungo al piano di sotto lasciando di proposito il cellulare in camera.
-Pronta?- mi guarda e mette il cellulare su cui stava scrivendo in tasca.
-Perché non lo lasci qua?
Si morde un labbro. -E se succede qualcosa?
-Sono sicura che non succederà niente.- Non voglio che si allontani per una qualche chiamata, che sia anche di suo padre. -Per favore.
-Va bene.
Lo poggia sul tavolino, e poi usciamo.
Mi porta in un ristorante sul mare, e ci sediamo in un angolo che da sulla spiaggia. E' un posto rilassante, uno di quelli che sembra silenzioso anche se c'è un sacco di gente, uno di quei posti adatti alle coppiette.
Ma io ed Eric siamo amici, saremo come fratello e sorella, e anche solo pensare una cosa del genere è piuttosto stupido, quindi stringo le labbra e mi concentro sulle onde che sbattono sulla riva.

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