Come può imparare qualcosa di diverso da sé stessa?

martedì 23 settembre 2014

Le mie cicatrici. (Capitolo 18)


Il letto è freddo, e non sembra accogliermi come fa di solito dopo una brutta giornata. A tratti mi scuotono ancora i singhiozzi, e ad un certo punto sento dei crampi allo stomaco. Vanno avanti per un po', e quando non ce la faccio più vado in bagno. Rimetto tutto quello che ho nello stomaco, che in pratica è solo la pizza mangiata poco prima con Eric, finché non mi rimane nulla dentro. Resto un attimo appoggiata a terra perché non ce la faccio più. Perché sono a pezzi, distrutta. E, cosa peggiore di tutte, sono sola.

La mattina dopo sono ancora sdraiata sul letto. Durante tutta la notte ho continuato a piangere, ma a tratti mi sono anche addormentata, e adesso non so che fare. Posso passare la vita sdraiata sul letto, ad occhi chiusi?
Non lo so, ma voglio provare. E non voglio pensare a nulla che possa farmi male.
Ma quando chiudo gli occhi i ricordi mi assalgono, e non so come combatterli.

Sono passati due anni dall'incidente, e domani papà avrebbe fatto il compleanno. Ma non lo farà, non festeggierà mai più. E pensarlo fa male, molto, e non so come stare meglio.
Però so che per l'ennesima volta non riesco a sopportare il pensiero, e che vorrei non pensare più e basta. 

Lascio cadere il pugnale sotto il lavello e torno in camera. Non lo usavo da un anno, da quando quella signora me l'ha regalato, e mi sento leggera come non succedeva da quel giorno. Ho sciacquato i tagli, però bruciano ancora un po'.
Mi sdraio sul letto e metto un braccio sugli occhi per coprire la luce che in realtà non entra. Perché la camera è buia, nera, ma non abbastanza. E stare ad occhi chiusi aiuta, almeno un po'.

Ripensare a quei giorni fa ancora male, perché sono stata debole, e lo sono ancora, ma in qualche strano modo aiuta il fatto che sia tutto passato. Che adesso stia male anche per altri motivi, e quei giorni mi sembrano lontani anni luce. Ma non lo sono, perché continuo a ferirmi, e non saranno lontani finché non smetterò di farmi male da sola.

Ho perso il conto del tempo che passa, so solo che pensare fa male, quindi continuo a stare a letto, in un'oscurità confortante. Ogni tanto da fuori arrivano rumori di moto, di macchine, e in quei momenti mi pare che le cicatrici brucino più forti. Stringo gli occhi, come mi diceva di fare papà quand'ero piccola.
-Chiudi gli occhi, e quando li riaprirai i mostri saranno spariti.-
Ma ogni volta che tolgo il braccio dagli occhi e li apro vedo il nero, e su quello sfondo non posso fare a meno di rivedere la macchina che ci viene contro, e i vetri che feriscono, e il sangue che uccide.
E li richiudo, perché forse dipende da quant'è brutto quello che ho in mente. Quello che ho visto è stato orribile, quindi ho bisogno di tenere gli occhi chiusi più a lungo per non ricordarlo più.

Un oblio dopo, sento dei colpi alla porta. Non ricordo di averla chiusa a chiave, e infatti dopo quelli che mi sembrano pochi secondi si apre, ed entra qualcuno.
Non so chi è, ma so che non è papà, quindi non è importante.
-Loe.- La voce, che mi arriva spezzata, è quella di Eric. Dall'incidente mi è stato più vicino di chiunque altro, ma in questo momento non voglio vedere neanche lui.
-Per favore, vattene.
-Non ti lascio sola,- mi dice un attimo prima di sdraiarsi accanto a me.

E così ha fatto. Mi è sempre stato accanto.
Fino ad ora.

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