Come può imparare qualcosa di diverso da sé stessa?

mercoledì 6 aprile 2016

La Protagonista. (Capitolo 12)

Buongiorno/pomeriggio a tutti! A quest'ora non so mai come salutare, è un orrore. In teoria adesso dovrei essere in camera a finire di studiare italiano o a scrivere la poesia per un concorso, ma pensavo che vi avrebbe fatto piacere leggere almeno un capitolo de La Protagonista, visto che dal 14 in poi sono ancora in fase di scrittura. Ho anche notato che questo è il duecentesimo post del blog, che mi sembra un numero enorme ma piccolo allo stesso tempo. Enorme perché duecento post sono taaaaaanti. Piccolo perché in tutto questo tempo avrei potuto pubblicarne di più. Ma pazienza. Anyway, qua trovate il capitolo. Io torno in camera a studiare Svevo (che, per la cronaca, non mi piace per nulla. Mille volte meglio Pirandello).

-Capito dove sbagli?- mi chiede alla fine Caden. Io annuisco, anche se non sono così sicura di averci capito qualcosa.
Mi ha spiegato che non vedo gli elfi perché fanno parte della natura e la mia mente li dilegua come tale, senza considerarli individui. Che così suona anche un po' brutto magari, ma è quello che ho capito.
-Comunque il fatto che vi vestiate sempre di tutte le sfumature possibili del verde non aiuta,- osservo alzandomi.
-Ti dice niente "armonia con la natura"?
Scuoto la testa, anche se capisco cosa vuol dire. Lui si limita a sbuffare e avviarsi dall'altro lato della fontana.
-Si vede. Andiamo da Re Lec, quando torniamo vediamo se hai sul serio capito.
Ci avviamo lungo il giardino. Mi guardo intorno e mi sembra, facendo attenzione, di scorgere delle figure umane tra le piante e le fontane e i cespugli... ma mi basta un attimo di distrazione e sono scomparse.
-Quanto sono grandi questi giardini?
Caden distoglie lo sguardo dal cielo per posarlo su di me. Per un attimo mi chiedo come faccia a sapere dove andare quando sta sempre a guardare in aria. -Non lo so, parecchio.
Rido. -Questo l'avevo capito.
Camminiamo pochi metri in silenzio. -Sembri sempre distratto,- dico poi.
Si gira verso di me, di nuovo con quello sguardo di qualcuno che torna da un altro mondo. -Lo sono.
È lunatico, piuttosto, visto che fino a pochi minuti fa era amichevole e ora pare lo stia distraendo da qualcosa di importante.

-Come non c'è?
-Si è chiuso nelle sue stanze e ha chiesto di non essere disturbato.
Siamo davanti alla porta del palazzo e un... paggetto? È questo il termine giusto?... comunque, un piccolo elfo dai capelli biondi e gli occhi blu cielo ci sta dicendo che non possiamo incontrare Re Lec.
-Ma io devo vederlo!- esclamo per l'ennesima volta.
-Mi dispiace, non posso lasciarti entrare.
-E quando posso vederlo?
Scuote la testa, e una ciocca di capelli, che arrivano alle spalle, gli cade sul viso. Si vede che è dispiaciuto. -Non ne ho idea. Noi facciamo solo quello che ci dice. Magari se provi a passare domani riesci a vederlo.
-Non puoi dirgli che sono io? Magari mi riceve. Aveva detto che per qualunque cosa avrei potuto chiedere a lui.
Annuisce, ma l'espressione mi dice di non illudermi troppo. -Aspettate qui.- E richiude la porta dietro di lui.
Mi giro a guardare Caden, ma è perso nella contemplazione del nulla. Torno a guardare la porta. Ho la sensazione che dovrò aspettare ancora molto, così mi siedo appoggiata al muro, raccogliendo una gamba sotto di me. Colgo un fiore, una margherita che mi cresce proprio accanto, e comincio a strappare i petali.
-Che stai facendo?- il sesto petalo vola verso terra e alzo lo sguardo.
-Nulla. Perché?
-Perché hai strappato quella margherita?- indica il fiore che ho tra le dita. Gli mancano quasi la metà dei petali, vederlo così è un po' triste.
Mi stringo nelle spalle, poi mi mordo un labbro. Sono sicura che sia stato Kye a passarmi questo brutto vizio. -Non lo so. Così.
-Voi umani pensate sempre che il mondo vi giri attorno...- pare sputare le parole con un tono amaro che non gli si addice proprio. O almeno, non si addice al Caden che pensavo che fosse. Si volta e si allontana. Dove sta andando? Comincio a credere che quel Caden non esista. Li avrò anche creati io, ma non sono rimasti miei. Neppure un poco.
Sto ancora guardando la sua figura che si allontana quando la porta dietro di me si apre. Il paggetto si guarda intorno con sguardo perso, prima che io mi alzi. -Scusa, sono qua. Mi ero seduta un attimo.
-Tranquilla. Pensavo te ne fossi andata.
-Quindi?
Scuote la testa. -Mi dispiace, non mi ha fatto neanche entrare. La porta era chiusa ha chiave, e ha chiesto che non lo si disturbasse per alcun motivo. Devi provare a passare domani.
Mi abbatto completamente. Come faccio a capire qualcosa, se l'unica persona che si era offerta di spiegarmelo non vuole vedere nessuno? E poi perché non vuole vedere nessuno, se poco prima era nel labirinto a parlare con qualcuno? In modo un po' sospetto, anche questo è vero, però... sbuffo. Non è affatto giusto.
-Va bene, grazie lo stesso. Scusa tanto per il disturbo.
-Figurati,- mi guarda come si guarderebbe un cucciolo smarrito. Molto carino, ma odio quello sguardo. -Mi dispiace non aver potuto fare nulla.
Mi volto e vado verso il giardino.
-Hai bisogno di una mano per uscire di qua?- mi urla dietro.
Scuoto la testa senza girarmi. -No, ce la faccio. Grazie comunque.
Vado avanti in linea retta. Preferisco passare un pomeriggio a girare per il giardino, piuttosto che chiedere aiuto a qualcuno. Non mi va di parlare, né di vedere gente. Il che cade a proposito, visto che con buone probabilità non noto una buona percentuale delle persone che mi passano vicine in questo momento.

È quasi notte quando intravedo l'entrata dei giardini. Passo attraverso le strade che conducono all'uscita nella penombra silenziosa che si può trovare solo qua. È possibile che le giornate siano più lunghe perché non potendo fare nulla di notte gli elfi sarebbero svantaggiati altrimenti? Dopotutto si affidano alla luce naturale, e per quanto sia bella non sono sicura che dia così tante possibilità. Quando arrivo all'arco di rose la luce è così poca che ci vedo a malapena. Ma i fiori sembrano comunque dotati di luce propria. Mi viene da chiedermi perché proprio delle rose, ma sarebbe l'ennesima cosa che non riuscirei a capire. Mi avvicino e ne sfioro una, cercando di prenderla dal gambo, ma il polpastrello si va a posare su una spina. Cosa mi aspettavo con la mia fortuna? Lo ritraggo di scatto e me lo porto istintivamente alla bocca. Lo succhio fino a sentire distintamente il sapore del sangue, ma brucia ancora un po'. Quando apro gli occhi mi accorgo che un paio di lacrime sono andate a bagnare gli occhiali, e ora ci vedo a macchie. Fantastico. Non mi ero neppure accorta di aver pianto. Li sfilo e li asciugo sulla maglietta, intanto mi giro per guardarmi alle spalle. Mi sembrava di aver sentito un rumore, ma dev'essere stata la mia immaginazione dato che qua non c'è nulla.
Guardo di nuovo le rose. Adesso dovrei tornare a casa e venire di nuovo domani mattina per cercare ancora una volta Re Lec. E con buone probabilità venire rifiutata un'altra volta.

Quando ho mosso il primo passo credevo che qualcuno sarebbe sbucato fuori dal nulla per fermarmi. E lo stesso al secondo, al terzo... la sensazione è passata solo quando ho perso il conto dei passi e si sono accesi i lampioni. Che vorrei tanto sapere come sono alimentati, tra le altre cose. Ma è per questo che sono qui, dopotutto.
Attraverso di nuovo i giardini in linea retta. Neanche questa volta mi perdo, stranamente. È tutto un po' inquietante, ma allo stesso tempo quest'atmosfera mi piace. Arrivo ad una delle porte laterali, ma come mi aspettavo è chiusa. Cammino per qualche metro verso destra e trovo una finestra aperta. È ad un metro e mezzo da terra, ma riesco a trovare un appoggio tra i rami che formano i muri e ad issarmi fino a entrare. Cado a terra, la botta attutita dal tappeto di foglie morbide e rosse. Mentre cammino verso destra non posso fare a meno di chiedermi a cosa serve chiudere a chiave la porta se poi lasciano la finestra aperta.
Percorro parecchi metri senza altro rumore che il suono leggero delle mie scarpe sulle foglie. Posso solo essere contenta che non siano secche, o avrebbero fatto un gran chiasso. Oltrepasso almeno una decina di finestre prima di arrivare alla prima porta. Che mi fa passare in un altro corridoio. Ho pensato a come venire qui, ma non a come trovare la stanza di Re Lec. Non credo di poter aprire tutte le porte a caso fino a trovare quella giusta.
Ad un certo punto le porte finiscono e iniziano una serie di tendaggi colorati. I colori sono più tenui di quelli della sala del trono, ma non mancano di colpire l'occhio. Bhe, me lo dovevo aspettare. Non è come se il re sia un tipo che passa inosservato, o che ci prova. Alla fine del corridoio c'è una porta che ad occhio e croce sembra alta tre metri. È fatta di rami e legno, come qualunque altra cosa qui, ma sembra dipinta di una di quelle vernici che riflette tutti i colori e allo stesso tempo nessuno. C'era un termine specifico, ma al momento non mi viene in mente. Mentre mi avvicino la luce che la colpisce cambia angolazione, così i colori passano dal violetto al celeste al rosa. Mi passa per la mente quanto sia strano che non ci siano delle guardie a controllare la porta, ma magari qui non ne hanno bisogno. Non ho incontrato nessuno che portasse delle armi, e dalle espressioni rilassate di tutti non sembrava fossero preoccupati per una qualunque minaccia, neppure di un comune furto come potrebbe essere in una nostra città.
Abbasso la maniglia e i pensieri si dileguano come se anche la mia mente avesse attraversato una porta per entrare in un'altra stanza.

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