Come può imparare qualcosa di diverso da sé stessa?

domenica 24 luglio 2016

La Casa Maledetta - Rivisitazione - Capitolo 1

Come promesso, ecco l'altro post alle due in punto! Coloro che mi seguono dall'inizio hanno letto La Casa Maledetta (qua i capitoli singoli e qua il pdf), e questo è appurato. Però quasi sicuramente chi è nuovo non la conosce, o comunque non l'ha seguita come gli altri. Ed in qualunque caso penso che il mio modo di scrivere sia minimamente cambiato da quando ho iniziato... Giusto? A me pare così, ma potrei sbagliarmi. Comunque, non è questo il punto. Avevo voglia di riscrivere la storia con qualche tocco in più di thriller, e un po' di paranormale in meno. E forse diminuire anche la parte romantica, non ne sono ancora sicura. Comunque, questo è l'inizio dell'esperimento. Cosa ne pensate?


Era passata davanti a quella casa un numero infinito di volte, sognando un numero infinito di volte di entrare a visitarla. Ma non ne aveva mai avuto il coraggio, come non aveva avuto il coraggio di fare troppe cose.
Eppure quel giorno, o per meglio dire quella notte, il coraggio sembrava scorrerle nelle vene al posto del sangue, quindi decise di entrare. Si fermò sulla soglia del cancello. Il giardino era abbandonato da decenni, si vedeva, ma oltre quell'abbandono si poteva capire anche quanto fosse stato ben curato una volta, tempo prima. Le rose inselvatichite nascevano grandi e luminose, sembravano risplendere di luce propria. L'edera e tutta una serie di piante rampicanti che non aveva mai visto avevano ricoperto i due piani della facciata dandole un aspetto tetro che contrastava con i cespugli in fiore appena sotto. Attraversò il giardino su un sentiero di cui si notavano appena alcune pietre lastricate qua e là, completamente invase da erbacce e piante. Quando arrivò sulla soglia della casa, la porta si aprì senza neppure un tocco o una parola da parte di lei, quasi la stesse aspettando. Rabbrividì, ma entrò comunque. E capì, o credette di capire, il motivo che tanti anni prima aveva spinto gli abitanti della casa a scappare.
Dalle grandi scale che scendevano nell'ingresso scivolava del sangue, che veniva dal corpo della ragazza sul gradino più in alto. Eppure, c'era qualcosa che non aveva senso.
La casa era abbandonata da anni, ma il sangue era fresco.
I brividi le fecero rizzare tutti i peli del corpo, ma neanche questo bastò a farla tornare indietro. Fece un passo verso le scale, avvertendo la porta che si chiudeva alle sue spalle. L'unica luce proveniva da una finestra circolare in cima alle scale, che conferiva un atmosfera spettrale a tutta la scena. Il sangue scintillava come appena versato. Come appena versato? Lo sperava. Si avvicinò alle scale percorrendole fino al corpo della ragazza, attenta a non avvicinarsi alla macabra cascata nera che sembrava continuare a scendere pur restando ferma. Guardò il volto della ragazza e sentì un fulmine che la colpiva nel constatare che era la stessa ragazza il cui ritratto era nascosto nella soffitta di casa sua. Il cui ritratto risaliva al 1800, nonostante il viso della ragazza non mostrasse un anno di più.
La bocca rosea era sbiancata, come coperta da un velo di cipria. La morte aveva conferito al suo viso un pallore spettrale, accentuato dalla luce che proveniva dalla finestra. I capelli biondo oro sembravano scendevano in boccoli morbidi fino al grandino sottostante della scala, a circondare con la propria luminosità il pallore della morte.
E gli occhi... quegli occhi del colore del mare in tempesta, che ti facevano sentire vivi solo a guardarli, in cui ti perdevi e ritrovavi nello stesso tempo... quegli occhi erano coperti da un velo bianco, un velo di morte, quasi a voler sostituire quello che non l'aveva ricoperta durante quei decenni.
Ma erano davvero passati decenni? Come faceva ad essere la stessa ragazza che era stata ritratta nel 1800 ed era morta in quella casa? Si accovacciò accanto al cadavera, quasi a sfiorarlo con una mano. Era così... così incredibile. Il suo viso sembrava porcellana lasciata senza cure per troppo tempo. Non era sicura di volerlo fare, era come se qualcos'altro la controllasse, ma lo sfiorò con la punta delle dita.
Quando se ne rese conto si aspettò che quel tocco scatenasse una qualche maledizione legata alla casa, ma non accadde nulla. Anzi, nella calma naturale che prima governava l'edificio si sentì il soffio del vento contro le finestre sbarrate. Helen alzò il viso e  la coda di un vestito di broccato blu le sfuggì davanti agli occhi verso la curva delle scale che portavano al piano superiore. Lo stesso vestito che portava il corpo steso proprio accanto a lei.
Si alzò in piedi seguendo l'apparizione, con movimenti fluidi che non le sembravano neppure i propri, attraversando una serie di scale sul cui ultimo grandino vedeva sempre e soltanto la coda di quel vestito di broccato blu, e si fermò solo alla fine di una strana scala a chiocciola, trovandosi davanti l'apparizione affacciata ad una grande finestra che dava su un giardino, sul retro della casa, che lei non aveva mai visto. Sentendo il rumore dei suoi passi per la scala il fantasma si girò dall'altro lato senza neppure guardarla e continuò per il corridoio buio. Helen la seguì, senza neppure accorgersi che la finestra a cui prima era appoggiata l'apparizione stava tornando sbarrata da imposte e catenacci chiusi da decenni. Corse ancora, per pochi secondi o poche ore, fino a trovare il fantasma seduto ad un'altra finestra.
O era la stessa?
Ma quella finestra era aperta solo per lei, e solo lei poteva vedere i ricordi di quell'amore perduto che sussurrava una canzone le cui note e parole erano state composte solo per lei. E l'apparizione raccontò una storia. Una storia di un amore come tantissimi altri, un amore che stava nel dettaglio, negli occhi, negli abbracci e nei baci rubati. Un amore che sembrava eterno. Non sapeva che senza fine poteva significare semplicemente senza lieto fine.
«Eravamo giovani. Credevamo che sarebbe stato l'amore della vita, che saremmo stati per sempre insieme. Ma il per sempre non esiste. E di sicuro non è possibile qui, in questa casa maledetta.
Era una notte come tante altre quando decidemmo di scappare. La luna dominava il cielo, a testimone di ciò che stava per accadere. Lui venne da me e mi disse che mi amava, che mi avrebbe sempre amata.»
I suoi occhi erano lucidi nel ricordo, ma la voce, così bassa da confondersi col soffio del vento, era ferma. «Molti non si fidavano di lui. Pensavano che avesse qualcosa di sbagliato, ma io non sono mai stata d'accordo. Ovviamente mi sbagliavo.» Con la mano sfiorò lo squarcio rosso che il pugnale le aveva aperto nel petto. «Scappò di casa lasciando il mio corpo sulle scale. Non seppi mai che fine abbia fatto.» Se i fantasmi avessero avuto lacrime, avrebbe pianto? «I miei genitori se ne andarono pochi giorni dopo, convinti che il mio corpo o la casa fossero maledetti. O forse entrambi».
E tutto sembrò tremare, come se un terremoto scuotesse l'edificio dalle fondamenta. Ma era solo l'angoscia di una ragazza morta troppo presto. Durò un attimo, poi ogni cosa si calmò ed Helen si trovò al cancello.
Che era chiuso. E la porta era sigillata da catenacci. Come le finestre, chiuse da lucchetti.
Ma allora... Era stato tutto un sogno? Un'allucinazione? Una fantasia?
Ne sarebbe stata sicura, se un barlume non avesse attirato la sua attenzione. Guardò verso la finestra più alta, dove aveva intravisto quel luccichìo. E la finestra era aperta, la casa era tornata al suo antico splendolre, e sul davanzale della finestra c'era una ragazza che le assomigliava come una goccia d'acqua.

Poi tutto tornò come prima, ma lei fece in tempo a vedere l'apparizione che le sorrideva. Si ripromise che sarebbe tornata, ma solo quando avesse avuto tutte le risposte che cercava. Quindi si voltò e proseguì per la strada verso casa.

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