Come può imparare qualcosa di diverso da sé stessa?

domenica 24 luglio 2016

La Casa Maledetta - Rivisitazione - Capitolo 2

Non so se il I capitolo vi è piaciuto, ma io comunque vi lascio anche il II della rivisitazione de La Casa Maledetta. Enjoy your reading!

Quandò salì in soffitta, il quadro era esattamente dove l'aveva lasciato, appoggiato al muro, tra scatoloni e scaffali traboccanti di libri.
La ragazza che la guardava era la stessa che aveva incontrato in quella casa, la stessa il cui volto era identico al suo. Le aveva dato delle risposte, certo, le aveva raccontato la sua storia, ma non bastava affatto. Lei non voleva solo conoscere la sua storia, ma anche tutto il resto.
Perché i loro volti erano identici? Perché si era sentita così attratta da quel quadro e da quella casa? Com'era possibile che lei, che neppure credeva nei fantasmi, avesse ascoltato la storia di uno di loro?
Ripensò al sangue fresco che scendeva lungo le scale. Sul momento non era riuscita ad elaborare dei pensieri abbastanza coerenti, ma adesso le venne in mente una domanda così ovvia che non se l'era posta prima: cos'era successo in quella casa perché fosse maledetta? O perché fosse maledetto quel corpo, per quel che poteva valere la differenza. Non poteva essere stata colpa dell'omicidio. O, se lo era stata, quell'omicidio doveva avere qualcosa di speciale. Altrimenti come sarebbe stato possibile che il corpo potesse rimanere lì tanto a lungo, che quel sangue, tutto quel sangue, continuasse a scendere per le scale come appena versato, che la casa non venisse demolita né toccata da nessuno?
Si sedette lì davanti fissando il ritratto, quasi potesse parlarle rivelandole le risposte a tutti i propri perché.
Ovviamente non successe.
Quella notte inserì l'indirizzo, la città della casa e il delitto commesso su internet. Non trovò nulla, ma effettivamente se lo aspettava.

Il giornò dopo uscendo di casa prese a camminare senza meta e ad un certo punto si ritrovò per l'ennesima volta a guardare la casa, che era esattamente come l'aveva lasciata la sera prima. Per un attimo si sentì osservata e non potè fare a meno di rabbrividire, ma scacciò subito la sensazione.
Chissà se in biblioteca trovo qualcosa di utile.
Passò le tre ore successiva tra gli scaffali contenenti libri su storie e leggende locali, rinunciando solo quando il cellulare le squillò mostrando un messaggio di sua madre che le intimava di tornare a casa. Era nervosa perché il giorno dopo sarebbe dovuta partire per un viaggio di lavoro con il padre, e di conseguenza avrebbero dovuto lasciare da sola Helen. Ogni volta che succedeva, nonostante la ragazza avesse quasi diciott'anni, sua madre passava le giornate in ansia e finché era a casa voleva tenerla vicino il più possibile. Non che non fosse comprensibile, riflettè Helen avviandosi verso l'uscita, ma serviva un limite in tutto.
Abbassandò lo sguardo per posare il cellulare in borsa finì per sbattere a qualcuno.
-Oh, scusa,- disse al paio d'occhi neri che si trovò davanti. Scrollò la spalla per divincolarsi dalla mano che l'aveva afferrata quando stava per cadere e il ragazzo le fece un sorriso di scuse, quasi avesse sbagliato lui ad aiutarla. -Non guardavo dove andavo,- precisò Helen sentendosi ancora più in colpa perché sembrava averlo fatto sentire in colpa.
Aveva senso? Si lasciò scivolare il pensiero di dosso mentre gli girava attorno ignorando il suo «Tranquilla, succede» e scendendo invece le scale verso l'uscita della biblioteca.
Mentre si sentiva inondare dal sole estivo le attraversarono la mente due pensieri. Esistavano davvero gli occhi di quel colore, così scuri? E... sul serio, come faceva a pensare ancora che un ragazzo era carino dopo aver sentito la storia dell'apparizione?

Quel pomeriggio decise di andare al parco. I suoi genitori erano partiti prima, e non le andava di stare al chiuso. Si sdraiò all'ombra di una quercia leggendo Cime Tempestose in lingua originale. Era uno dei suoi libri preferiti da anni, e l'aver scoperto che in inglese era ancora più bello non aveva fatto che aumentare il suo amore per quell'atmosfera gotica che nessun autore contemporaneo avrebbe mai potuto riprodurre.
Quando girò quell'ultima pagina del libro il sole era al tramonto e non era rimasto quasi nessuno al parco, ma a lei non importava. Era così presa dalla Brontë che non se n'era neppure accorta, effettivamente.
Rimise il libro in borsa chiedendosi cosa avrebbe potuto mangiare per cena. Non che avesse particolarmente fame con quel caldo, ma anche solo per abitudine preferiva mettere qualcosa nello stomaco.
Quasi quasi chiamo Chiara e vedo se le va di andare fuori a mangiare qualcosa, si propose mentre imboccava il cancello del parco e svoltava a sinistra. Solo dopo alcune decine di metri si accorse di aver preso la strada sbagliata: non stava andando verso casa sua, ma verso la casa dell'apparizione.
Rimase alcuni metri indietro, senza fermarsi davanti al cancello come faceva di solito, ma guardandola da lontano. Avvertì di nuovo quella strana sensazione e rabbrividì. Per un attimo le tornò in mente in un flash come appariva tanti anni prima e pensò quanto sarebbe stato bello riportarla a quell'antico splendore. Ma come ci sarebbe riuscita? E per quale ragione, poi?
Alla fine decise di non chiamare nessuno ed andare da sola a mangiare un boccone nel ristorante tipico giapponese vicino a casa. Solitamente evitava di ordinare sushi da quando aveva scoperto quanti altri piatti interessanti c'erano, ma quella sera si sentì abbastanza monotona da limitarsi a sushi e sashimi. Si sedette al solito tavolo e la padrona del locale la venne a salutare come faceva con tutti i clienti abituali. Era una signora davvero carina, peccato che lei quella sera non si sentisse particolarmente in vena di chiacchere.
Mentre cercava di maneggiare le bacchette, che a tratti le davano ancora qualche problema, osservava dal suo posto strategico i personaggi che entravano dalla porta del locale. C'erano i clienti abituali, che si conoscevano quasi tutti fra di loro; i turisti, tutti con quell'aria meravigliata da "non ho mai visto un posto simile" che lei a tratti non sopportava proprio; e i locali che venivano quando volevano fare i fighi dicendo agli amici di aver mangiato giapponese. Lei li catalogava mano a mano, finché non entrò un ragazzo alto, dai capelli e gli occhi scuri, che le sembrava familiare. Le occorse un attimo per associarlo al ragazzo contro cui aveva sbattuto quella mattina uscendo dalla biblioteca. E occorse un attimo anche a lui per guardarsi intorno e... andare verso il tavolo di lei?
Helen distolse lo sguardo, concentrandolo sul sushi di cui ancora aveva mangiato appena un paio di tocchetti.
-Hey.- Eccolo. Perché i ragazzi credevano sempre di essere indispensabili? Vi vedevate una volta, anche di sfuggita, ed ecco che tu non potevi neanche cenare senza che venissero a infastidirti. Helen alzò lo sguardo senza preoccuparsi di nascondere la sua espressione scocciata.
-Ti serve qualcosa?
Lui sembrava perplesso dalla sua accoglienza fredda. -Veramente no. È che ti ho vista da sola e ho pensato... va bhe, niente.- Si sedette davanti a lei, al che Helen strabuzzò gli occhi. Non credeva di aver dato segnali sbagliati, eppure... -Oggi ho visto che consultavi la sessione di storia locale in biblioteca. Ti interessava qualcosa in particolare?
-Al momento l'unica cosa che mi interessa e mangiare il mio sushi in santa pace,- dichiarò lei intingendo un tocchetto nella salsa.
-Guarda che volevo solo aiutarti. Ho fatto uno studio sulla storia locale un po' di tempo fa e pensavo che avrei potuto dirti quello che ti interessava, visto che te ne sei andata con quell'espressione corrucciata,- restò in silenzio, indeciso se dire qualcosa o no, poi parve decidere di sì, -ma forse è le tua espressione abituale?
-Cercavo informazioni sulle leggende, non sulla storia.
-E le hai trovate?
-Mi pare ovvio di no, visto che me ne sono andata con quell'espressione corrucciata,- gli fece il verso lei. Non voleva sembrare petulante, ma era consapevole di esserlo. Ed era consapevole che le importava fino ad un certo punto.

-Ho capito,- sospirò lui. Si alzò dal tavolo e in un solo movimento rimise a posto la sedia. -Se hai bisogno, anche in questo campo, chiedi pure,- ma l'espressione di lei continuava a ricordarle che non ne avrebbe avuto bisogno, e anche solo pensarlo era un'eresia. 
Uscì dal ristorante dopo aver preso una confezione da portar via che avrebbe preferito mangiare con lei, soffermandosi a pensare su quanto era stato carino che avesse cercato di imitarlo e invece le fosse venuto fuori un suono musicale che la rima aveva contribuito a far sembrare una poesia.

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