Come può imparare qualcosa di diverso da sé stessa?

lunedì 16 ottobre 2017

Femminismo, e sul perché ne abbiamo bisogno.

Non avrei voluto che questo fosse il mio prossimo post, perché è triste e non ci dovrebbe neanche essere bisogno di scriverlo... Ma, come dico nelle prossime righe, a quanto pare c'è bisogno.
Volevo scrivere qualcosa sul femminismo. Ho acceso subito il computer e mi sono messa qua a scrivere, perché doveva essere qualcosa di corto. Poi mi sono bloccata, e per un attimo ho pensato che non ce ne fosse bisogno. Perché leggo continuamente robe sul femminismo. Tanta gente parla di femminismo. Tante donne, qualche uomo. Ma se bastasse parlarne avremmo risolto il problema. Invece siamo a fine 2017, e non è risolto. Ed è per questo che scrivo.
Perché sono una ragazza che è andata da sola lontana da casa, in una grande città, e non è giusto che i miei debbano stare in ansia quando torno da sola e non è neanche tardi, ma è buio e quindi non si sa mai.  Che debbano stare in ansia a prescindere quando sono in giro, sempre perché non si sa mai. Perché tutti i giorni sul tram c'è qualche ragazza a disagio per un uomo che le sta troppo vicino, che la fissa troppo, e facciamo contatto visivo e ci sorridiamo perché da donne sappiamo cosa vuol dire senza bisogno di parlare, perché ci siamo passate tutte. Perché quando sono tornata stasera non erano neppure le nove ma era già buio e c'era poca gente per strada, e quando ho visto un gruppo di ragazzi dietro di me ho dovuto affrettare il passo perché non si sa mai. Perché quando una donna è da sola in giro cerca istintivamente un'altra donna, non importa che sia una sconosciuta, perché il suo cervello non ha neanche bisogno di elaborare il fatto che ha paura. Perché quando una ragazzina o una signora passano davanti ad un gruppo di uomini devono camminare più veloce e aspettarsi un fischio o una parola di troppo, e come se il disagio non fosse abbastanza non si sa mai cos'altro c'è, non si sa mai se qualcuno andrà oltre la parola di troppo. Perché ci sono ancora donne che vengono bruciate con l'acido, che vengono accoltellate, che vengono uccise o quasi per un no che un uomo non riusciva a sopportare.
Abbiamo bisogno di parlare del femminismo perché nessuna donna si sente al sicuro, e non è giusto.
Abbiamo bisogno di parlare del femminismo perché continuiamo a sentire dei capi che sono tanto amichevoli con le impiegate, e non tutte possono o riescono ad evitare mani troppo amichevoli. Perché le stesse donne non ne sono consapevoli, e c'è qualcuna che dice che chiediamo troppo, che pretendiamo troppo, e che anche se ti urlano qualcosa per strada che pretendi? Le cose vanno così.
Le cose vanno così. Abbiamo bisogno del femminismo proprio perché le cose vanno così, e c'è chi crede che cambiarle non serva a nulla, non importa, o che addirittura non ce ne sia bisogno.
Abbiamo bisogno del femminismo perché quando una ragazza dice che può tranquillamente tornare a casa da sola anche se è sera, negli occhi delle sue amiche si intravede una paura che solo le donne conoscono. Abbiamo bisogno del femminismo perché la solidarietà tra donne non basta, e non dovrebbe esserci bisogno di questo tipo di solidarietà. Non dovrebbe esserci bisogno di quel sorriso di comprensione sull'autobus, o di quel sospiro e "tanto va così" quando si sente di qualche ragazza che non voleva fare qualcosa, ma lui insisteva e anche se non lo ammette aveva paura a dire di no.
Abbiamo bisogno del femminismo perché non dovremmo sentire tutti i giorni la storia dell'ennesima ragazza ferita, mutilata, violata, uccisa perché ha avuto il coraggio di dire no.
Abbiamo bisogno di parlare del femminismo perché c'è ancora chi dice che sarebbe dovuta essere più vestita, non sarebbe dovuta andare in giro a quell'ora, avrà dato dei segnali sbagliati, ma mica non aveva mai fatto sesso, è andata a casa sua, cosa pretendeva… E ce ne sono mille altre che non aggiungo perché tutti voi le avrete sentite almeno una volta.
Abbiamo bisogno del femminismo perché ci sono uomini (e donne) che negano che ce ne sia bisogno. Perché anche l'uomo migliore non sa che vuol dire, non sa l'ansia continua a cui neanche facciamo caso, il fatto che ci guardiamo sempre intorno perché dobbiamo fare attenzione, perché non si sa mai chi hai vicino, perché il pericolo più grande non è che ci rubino la borsa o il portafoglio, ma che ci rubino qualcosa che non si può restituire o riparare. Che ci rubino qualcosa che sembra invisibile ma in realtà è noi stesse. (Edit: spero che tutti capiscano che non sto parlando della verginità o dei danni fisici, perché quelli sono poco rispetto al danno psicologico inflitto a qualcuno, che non se ne va col tempo.)
Abbiamo bisogno del femminismo perché una ragazza dovrebbe poter andare in giro vestita come vuole, come le piace, e non importa che abbia poca stoffa addosso o che abbia un sacco di iuta. Perché dovrebbe potersi sentire bella per sé stessa e non cercare di coprirsi il più possibile, perché a quanto pare un paio di gambe scoperte sono troppe per alcuni appartenenti al genere maschile. Perché dovrebbe poter uscire in tuta e senza trucco senza sentirsi dire che ha bisogno di essere più femminile. Perché dovrebbe poter essere sé stessa, senza sentirsi dire che lo fa per attirare l'attenzione, che lo fa per piacere a qualcuno. Perché se una volta ogni tanto esco truccata non vuol dire che voglio fare colpo su un ragazzo, ma che mi piaccio in quel modo.
Abbiamo bisogno di parlare del femminismo perché c'è ancora chi crede che le femministe odino gli uomini, o vogliano le donne al di sopra degli uomini (NB per gli uomini che affermano tale teoria: state praticamente ammettendo che adesso siete al di sopra. Pensateci prima di parlare), perché pare di non essere evolute affatto dal 1950 e che tutte le battaglie che abbiamo combattuto, vinte o perse, siano state invano.
Abbiamo bisogno di parlare del femminismo, perché nessuno, non importa il sesso o la razza, dovrebbe tornare a casa di corsa e con le mani che tremano.

Abbiamo bisogno del femminismo perché ogni singola donna di vent'anni o meno ha almeno una storia di molestie da raccontare, e chi non piange nel sentirlo è inumano.

sabato 23 settembre 2017

Terrorizzato.

Ho di nuovo internet per un po' e quindi eccovi questa cosina un po' nosense ❤
Terrorizzato da amore e morte,
nient'altro che vita e sorte
e paura di andare avanti,
di correre finché non sbandi.
Bloccato senza via di scampo,
in un mondo fatto con lo stampo
in cui non ti trovi,
non ti muovi,
non ti cerchi nemmeno.
In cui non capisci, e sai ancora meno.

Terrorizzato da infinite possibilità
che non esistono, spariscono, si sa.
Illusioni messe in fila per illuderti
per farti sognare, quasi felice, poi deluderti.
Dirti che ci sono, sei convinto,
le rincorri finché non sei sospinto
in una nuvola di fango ed acqua che ti dicono è la vita,
in una battaglia per vivere, in salita
e in cima il premio, lo vedi sempre più lontano.
Così tanto, che quando sei lì perdi la mano.
Che piuttosto, hai imparato, non hai possibilità
e ti perdi, guardi intorno, scopri che il mondo già lo sa.
Che facevi bene a temere amore e morte,
che facevi bene a scappare dalla sorte,
perché sono un tutt'uno, l'hai scoperto, stai soffrendo.
Amore e morte, sono uno, non hai cuore, stai piangendo.

Terrorizzato da tutto ciò che vedi,
da quella vita che attraverso gli occhi medi
e cerchi di attutirla,
forse di diminuirla,
come se potesse essere di meno, far meno male.
Come se potesse fare altro che tutto quel male.

Terrorizzato da tutto, non sai cosa fare.
Terrorizzato da tutto, da te, puoi solo urlare.

sabato 9 settembre 2017

Casi isolati.

(Sì, se ve lo state chiedendo ultimamente mi piacciono le rime). Sooooo una mia amica che l'ha letta in anteprima dice che leggendola con la mia voce (e di conseguenza, suppongo, con il mio tono facilmente applicabile a molte delle frasi) l'ha fatta ridere (spero in senso positivo, anche se non ho chiesto conferma), quindi nel caso provateci(?). Ovviamente per chi mi conosce e può farlo. Gli altri... provate a leggerla in modo espressivo, magari? Suppongo che il risultato sarebbe lo stesso, anche se non posso assicurarvi nulla. Scusate il papiro, buona lettura meraviglie e buona giornata ❤

Troppo pochi, casi isolati.
Troppo strani, ma in media accettati.
Niente di serio,
niente di vero,
non troppo profondo,
accenno in sottofondo.

Non discusso, rivoltato,
non detto né pensato.
Un'occhiata di sbieco, nulla di che.
Tanto si sa, che sei strana te.
E se la stranezza fosse troppa, qui in me?
E se non fosse così come pensi te?
E se non bastassero quattro parole
per descrivere il peso di un cuore che muore?
E se non bastasse seguire la traccia
e andare avanti, sperare che piaccia.
Se non bastasse neanche essere me stessa
perché in realtà a nessuno piaci come te stessa.

Se non sapessi a cosa stessi pensando,
perché ero convinta di non sapere come (amando?)
di non sapere cosa volesse dire
di non saper fare altro che desiderare di sparire.
E scoprire di saper provare qualcosa,
lascia in dubbio, sbiaditi, dovrei provare cosa?
Pochi casi, isolati, in uno spazio ampissimo.
Pochi casi, isolati, belli perché il mondo è ampissimo.

giovedì 7 settembre 2017

Accettazione.

Con oggi ho tolto i due esami più grossi e quindi sto tornando ad essere una persona quasi normale, o almeno meno nervosa e stanca e rinchiusa in casa sui libri rispetto a questi giorni lol. Spero di riuscire a pubblicare qualcosa, ma per il momento vi lascio questa cosuccia e metto ad autopubblicare (termine che uso spesso ma non sono sicura esista) un'altra poesia un po' più corta, così almeno per questa settimana vado sul sicuro. Buona lettura bellezze ❤❤ 
Ho sempre creduto che fosse
troppo poco. Poche fosse
troppo profonde, ma poche.
Senza riconoscimento, niente note.
Niente accettazione, restavano là.
Niente che me le portasse qua.
Solo poco, o sbagliato.
Diverso? Non ci ho mai pensato.
Ho realizzato tardi: era scontato.
Non lo so davvero
quanto è in testa e quanto sia vero.
Non riesco a capirlo,
se era così e cercassi di tramortirlo.
Cercassi di zittirlo,
non sentirlo.
Non odiarlo, neanche aprirlo.

Non so dov'è sempre stato.
Non so neanche, ora, se c'è o l'ho immaginato.
Non so cosa pensare, cosa provo.
Non so provare, spesso non ci provo.
Credevo fosse semplicemente raro,
troppo difficile, per una come me, niente faro,
niente luce nel buio a illuminare la via,
niente fiducia, solo andare via.
Niente corse forsennate, ingigantiscono il mondo.
Solo lente camminate, per sentir che vado a fondo.

Non so neanche in realtà se ciò che sto descrivendo,
sia qua, in profondità, o un sogno mentre sto dormendo.
Non so neanche se è il contrario di ciò che mi sentivo dire
e sono solo una marionetta che non sa più sentire.
Non so neanche se c'è, se esiste, ho solo dubbi,
ho solo troppi pensieri, niente parole, troppi dubbi.

E se c'è davvero, insomma, cosa importa?
A me forse, pochi altri, ma son sola questa volta.
Questa volta. Quand'è che non siamo soli?
Questa volta. Nella mia testa, siamo sempre soli.

Convinta fossero pochi casi,
non ci sono, dicono, che fasi,
che passano, vanno e poi cosa resta?
Nient'altro che te, una persona che si spezza.
E non importa, non dovrebbe, mi ripeto all'infinito,
non importa e lo nascondo, mi nascondo dietro a un dito
e vorrei coprirmi, sotterrarmi, scomparire,
perché ho qualcosa di sbagliato, ma non riesco a voler morire.
Perché ho qualcosa che non va,
per niente ovvio, non si sa,
e chi crede di capire deve farsi un po' più in là.
E lasciarmi passare,
lasciarmi parlare,
perché voglio solo urlare.
Ma continuo a stare zitta, scrivere è più facile.
Continuo a stare zitta, 'ché capirmi non è facile.
E non porta pace, non porta alcuna calma,
perché non ho pace e in me non esiste calma.

E forse son sbagliata,
forse sono infettata,
forse non capisco e basta
ma mi nascondo in una tasca
nell'attesa di qualcosa, forse di una vita nuova,
nell'attesa di qualcosa, scappo e non so stare buona
'ché lo so, lo ammetto, non attendo risposte,
non ci riesco a stare alle regole vostre
e capire, lasciar che la vita risponda,
e mi lasci con calma naufragare su una sponda.
E piuttosto nuoto, lotto contro una tempesta.
E piuttosto affogo, ma vado giù come me stessa.

mercoledì 23 agosto 2017

M/M 15 Luglio 2017

Buon pomeriggio meraviglie <3 Avevo scritto questa robetta durante il viaggio verso la Calabria, e ora che sono tornata a Milano ho pensato che fosse arrivato il momento di pubblicarla. Non ha né capo né coda, e non avrei voluto più pubblicarla perché mi è passata l'ispirazione per il seguito, ma è comunque qua. Buona lettura!
I due ragazzi sono sul letto, appoggiati alla testiera, il computer che stanno usando per guardare il film sulle gambe del biondo. Non parlano. È una delle cose che apprezzano l'uno dell'altro, questo amore per il silenzio. Il fatto che non ci sia bisogno di riempire il vuoto con parole inutili. Non solo ora, perché stanno guardando il film. Passano spesso ore insieme il cui unico suono sono le loro matite sulla carta.
Ma adesso il silenzio è più profondo, non importano le voci del film. È come se tutto l'edificio fosse immerso nel nulla.
Il ragazzo biondo fa un commento sul film e si gira verso l'altro per sapere cosa ne pensa, ma si accorge che si è addormentato. Non se n'è accorto perché non si è mosso, ha semplicemente chiuso gli occhi ed è slittato nel sonno con la testa appoggiata alla testiera dietro di lui. Il petto si alza e abbassa ad un ritmo regolare. È sorprendentemente in forma per un tipo iscritto all'Accademia delle Belle Arti, ma dopotutto tante cose di lui sono particolari. Non che il biondo l'ammetterebbe mai. Potrebbe al massimo prenderlo in giro per tutte quelle caratteristiche che in realtà trova adorabili. Ma adesso si concede di guardarlo, si concede di fissarlo un po' e portare a memoria ogni dettaglio del suo viso. I capelli sembrerebbero castani, ma in realtà sono ramati, ogni raggio di luce riflette una diversa sfumatura di rossiccio, di rame, che avrebbe bisogno di mille colori per essere catturata sulla carta. Cadono su un volto chiaro dai tratti decisi, alcune ciocche coprono gli occhi, ma lui li conosce bene. Sono incorniciati da ciglia scure e folte da fare invidia. La bocca sembra morbida… Non che l'abbia mai provata, ci ha solo pensato qualche volta. Più di quante sia normale? Non ne è sicuro, non è mai stato bravo con la normalità. Spera di no. Spera, almeno questa volta, di essere normale. Vorrebbe accarezzargli la mascella coperta da un velo di barba scura, ma si trattiene. Non sono cose che gli amici fanno.
Una parte del suo cervello registra il film che sta andando avanti, e si gira di nuovo verso il computer. Vorrebbe spegnerlo, sa bene che non riuscirebbe a concentrarsi nel guardarlo e comunque ormai non ha idea di cosa si sia perso, ma ha paura di svegliarlo. Ha paura che si svegli e se ne vada, mentre lo vuole vicino ancora un altro po'. Solo qualche minuto.
Sente che si muove e ha paura che si sia svegliato. Resta immobile fissando lo schermo del computer senza vederlo, senza sentire le battute dei personaggi, senza capire cosa stia succedendo. Ma poi avverte solo un ginocchio contro la sua gamba, un pugno accanto al suo petto e la testa quasi appoggiata alla sua spalla. Si sporge in avanti di poco, facendo il più attenzione possibile, per chiudere il computer e appoggiarlo per terra, accanto al letto, poi si sdraia di nuovo sulla schiena. Non reggerebbe il trovarsi faccia a faccia con un David addormentato, sa benissimo che lo bacerebbe. E un bacio a tradimento non sarebbe giusto, specialmente il loro primo bacio. Non sapeva perché era tanto sicuro che ci sarebbe stato un primo bacio. Era solo una sensazione. La stessa che gli diceva che sarebbe stato speciale.




Nota: Il nome David è un omaggio al David di Michelangelo… Ho trovato che fosse appropriato, dato che i due frequentano l'Accademia delle Belle Arti.

mercoledì 16 agosto 2017

Cadrà in ginocchio pure lui.

Andare a chiedergli perché,
urlargli contro, è più forte di te,
che gli hai fatto, che gli ha fatto il mondo,
se davvero sceglie tutto perché ci ha mandati a fondo.
Perché non si riesce a risalire,
perché la caduta non sembra finire.
Perché siamo qua quando dovrebbe andare tutto bene
perché non si riesce neanche più a piantare un seme
che non sia una conquista, una piccola illusione,
che appena piantato, lo sappiamo, muore.
Muore di tristezza, rabbia, mancanza pure lui,
muore sapendo che siam senza futuro, anche lui.
E muore come moriamo noi,
nessuno l'annaffia, si aspetta lo facciate voi,
'ché se tutti sperano nell'altro
tanto vale che ci sciogliamo nell'asfalto
con tutta la Terra, la stiamo ricoprendo
e più la ricopriamo e più stiamo morendo
e tutti che parlano parlano e senti le urla
e nessuno che fa qualcosa, senti solo urla.

E chiedergli perché, che abbiamo fatto di male
e urlare cadendo perché abbiam fatto solo male.
Volere una ragione, perché siamo così,
realizzare che possiam'essere solo così
e c'è qualcosa di sbagliato, troppo, un gran casino,
ma chi è che si muove a sistemare 'sto casino?
Chiedere urlando che aveva, se era matto,
se quando ci ha creati, prima di esserci, era fatto,
'ché altrimenti non si spiega, perché rovinare tutto?
Altrimenti non si spiega, perché fare a pezzi tutto.

E urlare come se potesse darci una ragione,
come se fosse lassù ad accogliere chi muore,
a dir parole dolci, consolarli tutti,
invece di ammettere che siamo qua tutti distrutti
e più andiamo avanti più ci stiamo distruggendo
e sappiamo che i nostri figli li avremo combattendo
e anche se non lo diciamo, avremo tutti perso,
saremo tutti a pezzi e anche lui sarà perso.
Là a guardarsi intorno, quaggiù o quassù,
guardarsi intorno e chiedersi che avevi pure tu,
che avevamo tutti, che abbiamo distrutto un mondo
che non doveva essere solo uno sfondo
ad armi e botte e violenza a non finire,
ma la nostra metà, che adesso dovrà finire.

E quando urleremo l'ennesima volta,
-non aspettarti niente, nessuna svolta-
scenderà a urlarci contro anche lui, correndo,
che non era questo a cui pensava, e sta piangendo,
voleva creare un po' d'amore, qualcosa di buono,
e l'abbiamo fatto a pezzi, non si sente alcun suono,
solo rumore, di quello stridente e fastidioso,
solo un urlo ed un asma smanioso.

E quando scenderà piangendo, perché non ne può più,
cadrai in ginocchio, per tutto ciò che hai fatto pure tu.
E quando urlerai perché non ne puoi più,
urlerà anche lui, sarai distrutto pure tu.

E quando avremo finito tutto, e non saprà che fare,
cadrà in ginocchio in mezzo a un mondo che non sa più amare.

lunedì 14 agosto 2017

Shut it down.

Shut it down.
Il cervello,
la testa,
troppi pensieri molesti.
Chiudere tutto.
Spegnerli,
prenderli a pugni
fino a distruggerli
fino a opprimerli del tutto
e perdere anche quella piccola ombra
che permane sempre.

Sembra bello,
semplice.
Impossibile.
Sembra
rilassante,
vivere,
come se fosse possibile.
Spegnerli,
prenderli a pugni
fino a distruggerli
e perderli tutti
e vederli diventare nulla
e vederli rannicchiarsi su sé stessi
e sparire.
Lasciarti
ricominciare a vivere.

Distruggere tutto
nella tua testa
come se non fosse inevitabile
un giorno
e tu non ne fossi terrorizzata.
Come se volessi farlo
un po' per illuderti
di avere una scelta.
Come se distruggerli
fosse una tua scelta.
Come se non fossi
terrorizzata
preoccupata
horrificata
da quelli i cui pensieri sono già
spenti.
Come se non sentissi
che ti manca il respiro solo a pensarci
di pensare nulla.
Come se non ti sentissi morire
al solo pensiero di non pensare.

Voler spegnere tutto
come se il troppo che odi
non ti tenesse in piedi
e non fossi terrorizzata di perderlo.

Voler spegnere tutto
come se riuscissi ad ammettere
che ogni tanto il troppo è
davvero troppo.
Ma non riesci perché lo ami
il troppo
ti tiene in piedi
ti tiene in vita
ti fa reagire
e ti trattiene dal
diventare quell'ameba
che ti spaventa e attira.
Perché cosa c'è di più
spaventoso e attraente
del nulla?
-Ma che nulla è questo?-

Voler spegnere tutto
eliminarlo
ma non riuscire
perché quel troppo è te
e quando urli perché ti sovrasta
una parte di te è completa.
Voler spegnere tutto
eliminarlo
ma morire
al pensiero di riuscirci
e amare il troppo che ti sovrasta
perché è tutto ciò
che è te.
perché è tutto ciò
che sei.

venerdì 11 agosto 2017

Così ben costruita.

Perché ti conosci
e sai come va a finire.
Non ti disperi,
sei troppo orgogliosa per questo.
O almeno lo credi.
In realtà
la tua facciata è così ben costruita
che l'hai dimenticata.

Il viso così controllato
che senti di non avere altro lato
che si mostri, che stia là fuori,
perché quando accade un po' muori,
un po' ti senti a pezzi,
ti fai a pezzi.
Un po' non sei più te, e crolli in pezzi.
Così preciso, delineato,
non qualcosa che può essere amato.
Qualcuno lo apprezza,
sembra che ne sorridi,
ma non si spezza

mercoledì 9 agosto 2017

Solo per poco.

Pensieri allegri che (so che sembra incredibile) non sono portati da questo caldo. Questo è più caldo da fornace che da sole. Caldo da "lasciatemi sciogliere come la strega del *inserire punto cardinale che non ricordo*". Buona giornata <3 
Troppo vicina al sole
e voli e voli,
come se potessi raggiungerlo
e toccarlo
e camminarci e capirlo senza bruciarti.
E voli sbattendo un paio d'ali
che ti sei creata con sudore e lacrime
che possono essere un'armatura solo per poco
che possono essere una protezione,
nascoste sotto il resto,
solo per poco.
E voli così vicina al sole
che sembra a portata di mano.
Sembra bastarti un attimo per sfiorarlo.
Sembra bastarti sporgerti
per averlo tuo.
Sembra.
Sembra possibile,
finché la protezione non crolla
e il lavoro non basta
e non hai come tenerti in volo
e senti di stare per cadere
e che non basta più planare per riposarti un attimo
planare per riprenderti,
senza il coraggio di tornare per terra
e dire che hai fallito
e dire che non ce l'hai fatta
e ammettere che hanno ragione
-hanno tutti ragione-
che certe cose sono troppo
e neanche tu -che credi solo nel troppo-
ce la puoi fare.
E cerchi di planare
-ah, come se fosse una scelta-
-le lacrime evaporano-
ma il vento ti porta sempre più giù
come se avessi stancato anche lui
e non riesca più a sostenerti.
E sbatti le ali ma sono a pezzi anche loro
sono stanche anche loro
parte di te.

E sbattere le ali
e planare
e cercare la giusta corrente
non bastano più
e la frustrazione evapora col calore del sole
e senti di evaporare anche tu
ma sei solo caduto
e nessun mare ti accoglie ad attutire il colpo

e ti sfracelli.
PS: per qualche motivo questa poesia mi ispira e voglio provare a rivisitarla in qualche modo, magari con delle rime o in inglese. Pubblicherò il risultato se è decente.

lunedì 31 luglio 2017

Ci butti tutto.

Ci butti tutto, impegno forza e dedizione,
ci butti tutto, cade anche troppo amore.

Ed è triste quando le parole non bastano
ad urlare, a sfogarsi,
a piangere a a spiegarsi.
Quando non basta scriverle,
scarabocchi sulla carta,
quando non basta urlarle,
serve solo a diventare matta.

Ed è orribile quando l'impegno non basta
a fare, ricevere, ottenere qualcosa,
a furia di impegnarti sembri solo ampollosa
e non bastan notti in bianco di pianti
non basta studiare, basta che la pianti,
basta che la smetti di volere troppo
perché alla fine crolli sotto quel malloppo.
Perché non sempre sei abbastanza, devi ammetterlo,
non sempre riesci a fare tutto, e non puoi ammetterlo.
Finisci col sembrare la Mary della storia
e sei consapevole che nessuno ne avrà memoria
perché la Jane che ammiravi,
l'ideale a cui aspiravi,
non è alla tua portata, ora lo sai.
Non sei tutto, sei te stessa. Capirai?

Ed è terribile quando tutto non basta
a sentirti piena, sentirti soddisfatta,
quando non sai cosa vuoi fare, cosa puoi,
quando non sai chi sei, quello che vuoi.

Ed è il vuoto quando tutto è perso,
perché hai scommesso il mondo, sì, e l'hai perso.

venerdì 28 luglio 2017

Vuoi tutto, vuoi troppo.

Quando hai la testa divisa a metà
e da che cosa neanche lei lo sa.
Quando non riesci a respirare,
non sai più come parlare,
perché il cervello non funziona, non parte,
fermo in una partita a carte
in cui non sai con chi giochi,
da che parte sei,
non sai in che mare nuoti,
in che universo sei.
Quando non riesci ad esprimere nulla
perché ti dici è quello che provi, il nulla.
Ma non può essere vero, non esiste, giusto?
Non puoi essere vuoto, sei qualcuno, giusto?
Dicono così, altro non è possibile.
Dicono così, ma vivi nell'impossibile.
E ti disperi perché vuoi tutto, vuoi troppo,
vuoi il mondo e rimani con un groppo
che ti chiude la gola, lo stomaco, il cuore,
ti chiude le emozioni e ti leva l'amore.
Non sai se per la vita, le persone, o te stesso.
Non sai perché, ma sai che annulla te stesso.

PS: Se trovo un titolo migliore lo modifico, ma al momento non mi viene in mente nulla. E se vi interessa sappiate che questo è il risultato delle prime otto di quelle che sono state sedici ore per scendere in Calabria da Milano. Ogni volta è una tortura, non credo mi abituerò mai...

giovedì 27 luglio 2017

Di nuovo in Calabria!

Buonasera meraviglie!
Ho saltato i tre anni del blog e non avete ancora un post completo su Stoccolma e Oslo, ne sono consapevole. Vorrei avere una scusa intelligente, dire che sono stressata da morire o qualcosa, ma in realtà sono tornata in Calabria e ho ripreso a studiare e mi sto riprendendo dal viaggio, ma non sono ragioni reali(?). Principalmente ho gli occhi così stanchi (uso principalmente il computer per studiare) che non mi va di fissare uno schermo più a lungo del necessario. Ho iniziato un rewatch di Criminal Minds, sono all'ottava stagione (il mio cuore è spezzato per Reid), e occupa tutto il mio tempo libero. Libero nel senso non occupato da studio, parenti e mare. E sono tornata a leggere qualcosa che non mi sia assegnato da un corso universitario, il che è più che meraviglioso.
Comunque, tutto ciò per dirvi che il post su Stoccolma e Oslo arriverà quando avrò elaborato tutto e non mi verrà la nausea al solo pensiero di fissare lo schermo. Per il momento vi lascio questa poesia e vado a cercare qualcosa da mettere ad autopubblicare per i prossimi giorni!
Buona lettura!

Non ne so scrivere poesie sulla natura.
Sarà che intorno a me vedo odio, e vedo mura.
Non so dire quanto amo il profumo di una rosa
né saprei descrivere un campo con la prosa.
Non so parlare della calma che mi trasmette la foresta
ma riesco appena a descrivere l'amore per chi resta.
Non so esprimermi, realmente, parlare di emozioni
perché non capisco cosa sono, cos'è, come funzioni.
Ma ci sono cittadine, edifici troppo alti,
ci son troppe persone e io che guardo dagli spalti
in attesa di qualcosa, di vita, ispirazione?
In attesa di nulla perché il nulla è l'emozione
quella che ti prende, che ti fa volare,
non è nulla, non è vita, perché non sai volare.
Niente campi immensi, immense praterie,
gente insignificante che si riempie di smancerie,
che neanche loro, magari, saprebbero scrivere di natura,
ma loro stanno bene, ridono e vivono tra queste mura.
Perché il sognare, l'altro, la speranza non è da tutti,
ma lo scrivere, il fingere, forse questo san farlo tutti.

Non ne so scrivere poesie sulla natura,
perché è una vita che sto ferma tra quattro mura,
ma mi han detto che si può fare,
che in realtà ti basta allontanare
dalla testa pensieri troppo pesanti, troppo stretti,
quelli che ti descrivono tutti i tuoi difetti
e farli fuori, eliminarli, come mai fossero esistiti.
Peccato che con loro, tutti i pensieri son banditi.
E mi hanno detto che basta eliminare il negativo,
ma con esso scompaio, e muore ogni tentativo.

E mi hanno detto che basta smettere, essere qualcun altro,
ma non so come farlo, perché già mi sento altro.

E mi hanno detto che basta sparire, vivere, ricominciare,
ma non so fare altro che sparire e farmi male.

PS: Se il parlare di mura non fosse stato esaustivo nello spiegarlo... Sì, ero a Milano quando l'ho scritta!

venerdì 7 luglio 2017

Casette svedesi e Vichinghi!

Buongiorno meraviglie!
Devo ammettere che non immaginavo che avrei avuto così tanto da scrivere, ma a quanto pare sì. Non immaginavo neanche che la Svezia fosse così diversa dall'Italia. Per un qualche motivo nella mia testa tutti i Paesi Occidentali erano, se non uguali, per lo meno simili. Ho cercato di esprimere questo mio pensiero alla padrona di casa e sono finita in una specie di esercitazione di quaranta minuti su come dire bene thought. Esercitazione finita per esasperazione, non perché sia riuscita a dirlo bene. Comunque, lasciamo da parte la mia pessima pronuncia inglese. Oggi vi parlo dei Vichinghi e delle casette svedesi, ma comincio da queste ultime perché sono più brevi.
Avete presente quell'immagine idilliaca delle campagne svedesi con tutte queste casette rosse? Ecco, ho scoperto che non sono rosse perché il rosso è carino (anche se, almeno secondo me, lo è) o perché fanno un bell'effetto con la neve, ma per una serie di ragioni pratiche. Partiamo dal presupposto che sono in legno e non in mattoni, perché con l'umidità e il freddo e il passaggio estate-inverno e inverno-estate il mattone potrebbe finire per creparsi e rovinarsi e non essere effettivamente sicuro quanto il legno. Che in un certo senso mi suona strano, perché nella mia testa (non so se per voi è lo stesso) associo il mattone alla sicurezza, almeno in quanto ad edifici. So che razionalmente non dovrei, ma sono cresciuta vedendo case in mattoni e quindi non credo di riuscire facilmente ad evitarlo. Riguardo al colore, invece, dipende dalla pittura che usano (come potevate facilmente immaginare). Il colore è detto Rosso Falun dalle miniere di rame di Falun. Questo perché tale vernice è composta principalmente da residui di rame, oltre ad acqua, olio di semi di lino e altre cose. Il rosso può variare in base al grado di ossidazione del rame, ma in realtà non importa granché (da quello che ho capito) perché la principale caratteristica di questo tipo di vernice è l'essere impermeabile, quindi appunto adatta all'umido e agli inverni nevosi. L'uso è iniziato durante il XVI secolo, poi è diventato sempre più diffuso nel XVII. Per un periodo il governo non ha apprezzato questa pratica e ha spinto i cittadini ad usare altri colori (giallo o bianco principalmente), ma attorno al XIX secolo ha preso di nuovo piede e quindi adesso ci troviamo con tutte queste immagini delle rosse casette svedesi in giro. Inoltre vorrei precisare che non basta una mano di vernice quando si costruisce la casa: poi va ripassata ogni tanto, quando il colore comincia a sbiadire e quindi a perdere la sua funzione impermeabile, generalmente ogni due anni. Ovviamente avevano anche tutta una serie di metodi per evitare che la casa fosse troppo fredda, come il pavimento rialzato rispetto al terreno.
Oltretutto non era una cosa che mi sarei aspettata, non ci ho mai pensato in realtà, ma qua prima di entrare in una casa ci si toglie le scarpe. E devo ammettere di non essere mai stata così consapevole della mia lentezza nell'allacciarle come in questi giorni. Voglio dire, non è che impiego ore o cosa, ma tutti (probabilmente perché sono abituati) riescono a toglierle o metterle in quindici secondi e io sono là ad infilare i lacci nella scarpa per non rompermi la faccia scendendo le scale. Piuttosto imbarazzante. Sto apprezzando sempre di più i sandali. Credo che anche questo dipenda dal clima, avendo le scarpe piene di neve in passato non doveva essere l'ideale camminarci per casa (?). E ci saranno altre ragioni ma non ho idea di quali siano. Un po' di tempo fa ho scoperto che in Russia facevano lo stesso: gli aristocratici usavano delle ciabatte tutte particolari per stare in casa, ci si facevano anche ritrarre. L'usanza si è persa per un po' di tempo ma ultimamente pare che sia stata riscoperta.
Qualche giorno prima di andare a Stoccolma siamo stati ad un museo sui Vichinghi, e avrei voluto scriverne quella sera stessa, ma poi ho pensato che magari a Stoccolma avrei visto altro che li riguarda e quindi non l'ho fatto. Effettivamente ho visto altre cose poi (la sezione vichinga del museo sulla storia svedese), quindi cercherò di condensare un po' tutto qui.
Partiamo dalle basi: i vichinghi sono parte di popoli norreni che tra l'VIII e l'XI secolo vivono nei paesi scandinavi, in particolare sulle coste. Ovviamente abbiamo tutti un sacco di pregiudizi sui vichinghi. Pensandoci a freddo, la prima cosa che mi viene in mente sono degli omoni enormi, con barbe lunghe, probabilmente piuttosto sporchi, che urlano in una lingua rozza e incomprensibile mentre razziano qualche villaggio… Okay forse sto esagerando, ma ho reso l'idea. La seconda cosa che mi viene in mente direi che è Thor (il supereroe, sì), che è quasi più esatto degli omoni che razziano villaggi. Intanto perché non erano omoni, anzi. So che Thor è abbastanza enorme, ma ho deciso di sorvolare la cosa. Avevano una statura nella media rispetto al periodo storico, ma erano più alti degli abitanti del Mediterraneo, ragione per cui ci è stata tramandata questa visione probabilmente. Avevano barbe e capelli lunghi, ma li pettinavano (sono stati trovati tanti pettini nelle tombe, ma su questo tornerò più avanti) e usavano anche il sapone. In particolare gli uomini (e non le donne) usavano un sapone che per qualche motivo di cui non ho idea schiariva i capelli, perché capelli biondi o rossi erano preferibili. Non erano inoltre così presi dalla guerra come pensiamo, o almeno non più degli altri popoli del periodo, ma erano principalmente commercianti e navigatori. Le due cose sono collegate, basti pensare al fatto che usavano principalmente due tipi di imbarcazioni, una delle quali era costruita appositamente per il trasporto di merci, quindi era più capiente e lenta dell'altra. E non aveva i remi, mentre in quelle più veloci (quindi sottili e con caratteristiche varie di cui non sono sicura perché non sono esperta di navigazioni) sono stati i primi ad usare i remi, in modo da poter navigare senza doversi affidare solamente al vento, ed essere quindi pronti a manovre durante le battaglie navali o in fiumi stretti o altro. Oltretutto, alcune di queste barche permettevano la navigazione per lunghe distanze, tanto da essere stati i primi, tra X e XI secolo, a raggiungere il Nord America. A questo proposito al primo museo che ho visitato vendevano delle magliette con scritto "Leif arrived first" (o qualcosa del genere). Se ve lo state chiedendo: Leif è un nome piuttosto comune nei paesi scandinavi, oltre ad essere il nome del tipo che per primo arrivò in Nord America.
Tornando a quello che ho detto prima, devo correggermi su un particolare. Il termine "vichingo" infatti indicava in particolare coloro che vivevano sulle coste ed erano navigatori, di conseguenza mercanti prima che guerrieri. Ho anche parlato delle tombe, argomento che penso sia il caso di approfondire. Non è interessante come la maggior parte delle nostre informazioni sulle civiltà del passato ci siano arrivate grazie alle tombe? Ci dicono in cosa credevano, come vivevano… Un po' tutto, in effetti. E le tombe dei vichinghi ci dicono che credevano nella vita dopo la morte, come molti dei popoli antichi dopotutto. Credo che l'uomo abbia semplicemente bisogno di credere che ci sia uno scopo superiore, che vada da qualche parte lasciando la terra. Ha senso, visto quanto siamo fissati col tempo, col poco tempo, e così via. Ma è difficile pensare che ci sia davvero una vita eterna, almeno per me. Però, tornando al punto, non lo era così tanto per i vichinghi da quello che sembra. Sappiamo che molte volte bruciavano le barche con i corpi dei defunti e tutti i beni che vi lasciavano, ma per fortuna ce ne sono arrivate alcune da cui abbiamo scoperto un po' di cose. Intanto, sappiamo che seppellivano con i loro beni sia uomini che donne, il che indica che c'era un afterlife anche per queste ultime. Li seppellivano con gli oggetti che avevano usato durante la vita terrena, quindi appunto pettini, vestiti, cibo, ma anche animali per nutrirsi o cacciare dall'altra parte. In alcune tombe sono stati trovati addirittura cani e cavalli, sacrificati per l'occasione. Con alcune donne c'erano anche gioielli vari, molti dei quali venivano da altre parti d'Europa, grazie ai quali sappiamo che commerciavano con zone come l'Europa Continentale, l'Italia, e sono arrivati anche in Russia. Inoltre non tutti i morti andavano a passare la "vita eterna" (per usare un termine forse un po' troppo cristiano) nello stesso posto, ma c'era quattro posti diversi. Il più conosciuto è probabilmente Valhalla, dove andavano i guerrieri morti in guerra. Era una sorta di paradiso il cui dio era Odino. Ed era un paradiso le cui uniche donne erano le Valchirie, che sceglievano i guerrieri da portare a Valhalla dal campo di battaglia (una metà, l'altra metà andava in un altro posto di cui vi racconto fra poco) e versavano loro idromele. L'altra metà dei guerrieri morti in guerra finiva nel Fòlkvangr, governato da Freyja. L'Helgafjell era invece una montagna sacra, una specie di paradiso in cui si viveva una vita simile a quella condotta prima della morte. E infine c'era il regno di Hel, governato da Hel (che fantasia). Se nel fatto che prende il nome dal dio che lo governava vedete delle similitudini con l'Ade, sappiate che non sono finite qui. Il regno di Hel era infatti separato dal mondo dei vivi da un fiume che le persone (le anime?) dovevano
attraversare, ed era il regno in cui le anime venivano punite. (Probabilmente ci sono delle influenze cristiane in questo regno di punizione contrapposto al paradiso.)
Un'altra cosa interessante che ci ha spiegato la guida era ancora legata alle tombe. I proprietari delle fattorie, o comunque dei terreni, seppellivano infatti i propri familiari all'interno dei propri terreni per reclamarli. Una cosa tipo "Qui è sepolta mia mamma, mia nonna e mio zio, quindi il terreno è mio". E a questo punto devo ammettere di non avere idea di come la cosa funzionasse in realtà con zii e parenti stretti, ma spero di aver reso il concetto. Credo che fossero preferibili famiglie piuttosto ampie, ma non ne sono certa. In particolare usavano delle pietre tombali con delle iscrizioni. Nonostante le pietre che ci sono arrivate non sono colorate, ai tempi lo erano, e infatti gli archeologi? non ho idea di chi faccia questi lavori ma sorvoliamo ne hanno colorate alcune per darci un'idea di come erano effettivamente.

Ora, penso che volendo potrei scrivere altro. Si può sempre scrivere altro. Ma non vorrei rendere questo post più noioso di quanto già potrebbe essere, quindi mi fermo qui. Più o meno tutto quello che vi ho raccontato sono cose nuove per me, che non avrei scoperto se non fossi stata qui, ma se per voi non lo sono mi scuso per avervi fatto perdere tempo.
Nel complesso spero di avervi detto qualcosa di interessante e che vi abbia fatto piacere leggere, e grazie per essere arrivati fin qua ❤

PS: Ho appena realizzato di non avere neanche una foto delle casette svedesi, quindi rimedierò in settimana e la pubblicherò con uno dei prossimi post! Intanto al suo posto ho messo uno dei tanti bei paesaggi che si trovano qua intorno.

PPS: All'uscita dal museo c'era un test il cui risultato era il dio vichingo che ti rappresenta (che detta così sembra un po' stupido) e non ho resistito a farlo. Mio fratello si è rifiutato di fare la foto al suo, ma questo è il mio. Non li avranno messi là solo per i bambini... Giusto?

lunedì 3 luglio 2017

-Non c'è, non ci sarà mai più.

E a quanto pare c'era un'altra poesia non pubblicata (e anche un altro paio ad essere sincera, ma le tengo da parte per i momenti di crisi), scritta sulla scia del mio amore per le rime. Spero vi piaccia, e vi ringrazio perché continuate a seguirmi nonostante la mia terribile discontinuità nell'aggiornarvi

Sotto una collina, in un paesaggio stregato
vive la gente che una vita hai sognato
vive l'amor per cui sei morto urlando
e quell'amante a cui hai pensato tanto.
Mentre cerchi di ricordare, tra le lacrime e i singhiozzi,
mentre cerchi di non urlare e con le parole ti strozzi,
una visione, un attimo di sogno,
ti ricorda quel viso di cui hai troppo bisogno
e ti ricorda che non c'è, non ci sarà mai più
e ti ricorda che ad ucciderlo -urli- sei stato tu.
Apri gli occhi dopo un incubo. È tutto finito?
Apri gli occhi ed è reale. Non l'hai mai capito
che non era una visione, un attimo di sogno
perché sai che quel viso di cui hai troppo bisogno
l'hai fatto a pezzi, distrutto con le tue mani
e il dolore e la sofferenza e i pianti sono immani
e non sai come smettere, come sistemare tutto
vorresti portarlo in vita e sei costretto a portare il lutto
vorresti riaverlo tra le tue braccia
e prendi a pugni chi ti abbraccia
per la sola colpa che non è lui, mai lo sarà,
per la sola colpa che non immagina, non sa
quanto dolore, quanta sofferenza
hai causato con tutta quella prepotenza,
con tutto quell'amore, quella convinzione
che poteste semplicemente scacciarlo, il dolore,
perché viverlo non basta, non bastavate voi
e non immaginavi, non sapevi, non puoi
cancellare tutto, tornare a tempi felici,
a prima ancora, quando eravate amici
e l'amore che vi ha ucciso, che vi fa a pezzi ogni giorno
non era che un'idea, vaga, un'aquila di ritorno
da quel viaggio che sognavate
da quella vita che speravate.

Apri gli occhi dopo un incubo che incubo non era
perché la realtà è peggiore, mille volte, una chimera
di speranze ed illusioni fatte a pezzi poco a poco
finché non avete capito che non era tutto un gioco
che non bastavate voi, per stare bene insieme
che quel troppo che avevate era tutto tranne bene
che la malattia, la sofferenza, certe volte prende il sopravvento
e quando succede non basta cavalcare il vento
e sperare che passi, sperare si sistemi tutto
perché vorresti portarlo in vita e sei costretto a portare il lutto
vorresti riaverlo accanto e sei costretto a sbattere i piedi
e urli al mondo e preghi ma non puoi, non lo vedi
e mai lo vedrai, e sai che è colpa tua
e sai che l'amore, la speranza che era sua
è stata fatta a pezzi, l'hai ridotta in pezzi.
Perché non bastava la speranza, e lo ammetti mentre ti spezzi.

Che non significano nulla.

Buonasera bellezze! So che avrei dovuto pubblicare il post su Stockholm, ma non è ancora pronto. Quindi intanto vi lascio questa poesia e scavo nei meandri del computer per vedere se ne ho altre mai pubblicate.
Tanti, troppi gesti
non significano nulla
per nessuno.
Sono nulla
per tutti.
Tutti quei gesti
e quelle parole
e quei tocchi
e quegli esseri
sembrano non dargli importanza.
Sorrisi e lacrime scontate.
Vorrei esservi in mezzo
e riuscire a considerarli nulla.
Come si può?
Come si riesce?
Qualcuno mi insegni.
Qualcuno mi insegni
come si può sorridere senza sentirlo
come si può baciare senza provarlo
come si può abbracciare senza volerlo.
Qualcuno mi insegni
come tutti questi gesti
si possano compiere senza sentirlo dal profondo.
senza che siano spontanei dentro ma
pianificati per secoli
perché non sono nulla
perché significano tutto quello che sono.
Qualcuno mi insegni
come si può dare per scontato una vita
che è tutto tranne che scontata,
che è tutto tranne che poco,
che è tutto tranne che nulla.
Che è tutto tranne che facile,
ma dovrebbe valerne la pena
ed essere riempita dal tutto che
è.
Che deve essere.
Perché come si può dare tutto per scontato
quando tutto è così difficile?
Come si può dare tutto per scontato
quando tutto è la vita?
Come si può dare tutto per scontato
quando la vita è tutto
e non tutti ce l'hanno
e chi non ce l'ha lotta tutti i giorni,
perché sa quanto vale quel tutto.

Qualcuno mi insegni
come si possa vivere di gesti
che non significano nulla

perché a me fa male solo a vederlo.

lunedì 19 giugno 2017

19 Giugno 2017, Svezia.

Buonasera meraviglie!
Sto riscrivendo questo post per la seconda volta perché la prima era davvero incomprensibile. Spero davvero che ora venga meglio.
Come potete vedere dal titolo, non vi scrivo da Milano ma dalla Svezia. In particolare sono in un paesino vicino Karlstad (a quattro ore di pullman da Stoccolma verso Oslo, per capirci). Avevo in mente da un po' di fare un viaggio quest'estate, sia per fare un po' di pratica con l'inglese sia per vedere un posto nuovo, perché nonostante quest'anno universitario a Milano sia stato stimolante dal punto di vista culturale ho comunque bisogno di vedere posti diversi, viaggiare, fare. Non chiudermi in camera a studiare, che per quanto sia importante e mi piaccia non può essere tutto. Quindi ho avuto questa possibilità e l'ho colta, starò qua per un po' e cercherò di raccontarvi il più possibile. Ho notato che vi interessano i post in cui racconto dei luoghi che visito (sia Brighton che Milano, anche se a Milano non era proprio una visita), per cui cercherò di farvi una cronaca un po' più dettagliata e decente questa volta. E spero anche sensata.
Sono arrivata sabato e tra aereo e bus non mi sono fermata prima di sabato sera, quando la signora inglese che mi ospita (che in realtà è una specie di amica di famiglia) mi è venuta a prendere e abbiamo cenato. La prima idea che mi sono fatta della Svezia, dall'aereo, era quella di un sacco di isole in mezzo al mare. La seconda, dal bus, è stata quella di paesaggi molto molto molto belli e molto verdi, con tantissimi laghi. Sono passata davanti a dei laghi enormi con al centro delle isolette che creavano davvero un accostamento che sembrava uscito da un dipinto. Voglio dire, tu non pensi davvero che ci siano questi laghi con al centro le isole di cui leggi e che vedi nei film. Non sono cose che ti trovi davvero davanti. E invece sì, e ne sono stata piacevolmente sorpresa. Purtroppo non ho fatto foto, perché come sapete sono davvero pessima con le foto ed è più forte di me, almeno che non mi ci metto d'impegno non riesco a farne. Però ricordandomene ieri sera ho deciso che oggi avrei fatto più foto, e actually sono riuscita. Almeno rispetto al solito. E insomma questa mia seconda impressione, quella di un posto pieno di paesaggi bucolici e irreali, è stata confermata andando avanti. Ieri mattina ce la siamo prese con comodo. In effetti sembra che tutti se la prendano abbastanza con comodo, come se fossero molto rilassati e non avessero bisogno di correre da nessuna parte. Anche con le macchine vanno piuttosto piano, è quasi inquietante. Anche se all'estero pare che siano gli italiani a guidare in modo piuttosto spericolato, quindi magari è anche colpa del mio termine di paragone. Non so.
Tornando al punto, siamo andate ad un mercatino in cui le persone rivendevano vestiti, libri, giocattoli e cianfrusaglie varie. Probabilmente ne abbiamo anche in Italia, ma non ci sono mai stata. La cosa più strana è questa sensazione del non capire nulla di quello che hai attorno. Puoi affidarti sì e no alla vista, e forse più no che sì. Non capisci quello che dicono le persone, non riesci a decifrare le cose scritte in giro... È tutto straniero. E non è propriamente una sensazione negativa, solo strana. Come di lontananza, forse? Come se fosse tutto più lontano, e tu in una bolla a vedere il mondo. In un certo senso mi piace. Dà la sensazione che ci sia sempre altro che tu possa vedere, possa scoprire.
Ora la smetto con le speculazioni filosofiche, scusatemi. A pranzo ho scoperto che gli svedesi mangiano dolci a qualunque ora, poter mangiare pancakes con marmellata di fragole a mezzogiorno è stata una delle cose più belle del mondo. Mi sono sentita davvero realizzata, specialmente perché era normale! C'era chi pranzava con un pezzo di torta, è davvero perfetto. E nessuno mi ha guardata strana o cosa. Anche se il non riuscire neppure a leggere il menù era un po' imbarazzante, ma non credo ci sia bisogno di tornare sull'argomento. Poi abbiamo visitato questo posto in cui c'erano delle foto degli animali selvatici della Svezia (lupi, castori, scoiattoli, ma anche formiche e animali più piccoli) con delle relative spiegazioni a fianco. Spiegazioni in svedese, quindi non devo dirvi che erano incomprensibili. Mi sento tornata a quando non sapevo leggere. In un certo senso è carino perché presto molta più attenzione alle immagini, che prima a causa di questa mia tendenza a voler leggere tutto a volte ignoravo anche un po' o comunque guardavo di sfuggita. Anche là fuori c'era un laghetto davvero bello con delle piante acquatiche e delle anatre. Ma, dovete scusarmi, non ho foto. Abbiamo anche giocato al minigolf e devo ammettere di essere davvero davvero davvero pessima. Mi sono fatta battere come niente da una bambina di nove anni.
Avanti veloce a oggi, ho passato la mattinata in camera a studiare e quindi niente di interessante. Mi sono ripresa dalla trance verso le 14 credo, e sono uscita un po' sul giardino sul retro per giocare col gatto. Adoro questa cosa che ci sono tanti gatti, e questa gatta tutta colorata in particolare è un amore. Una di quelle che all'inizio fa la sostenuta ma poi quando comincia a prendere confidenza si fa amare. C'è anche un gattone nero qua a casa, bellissimo anche lui perché amo i gatti neri, ma al momento non ho foto. Magari nel prossimo post vedo di allegarne una.
Nel pomeriggio siamo state su questo lago che col pontile che vi si affaccia mi ricorda molto il finale di uno dei libri di Zafon o uno di quei paesaggi descritti nei gialli svedesi. C'era chi faceva il bagno, ma l'acqua era ancora un po' fredda per i miei gusti. Credo di doverci ancora fare l'abitudine. Però si stava davvero bene, infatti mi sono goduta un po' di sole. Sdraiata tipo lucertola, con i piedi nella sabbia. Sono quei piccoli momenti di felicità, come i pancakes a pranzo. Precisiamo: non che ora sia particolarmente abbronzata. Ho ancora il colorito grigio da universitaria. Però il posto è davvero bello, molto rilassante, non mi dispiace per nulla. Anzi, dopo il caos della città mi fa parecchio piacere potermi riposare così.
E questo è più o meno tutto per questi giorni! A mano a mano che succedono cose continuerò ad aggiornarvi, in particolare settimana prossima dovrebbe arrivare un post un po' più consistente perché nel weekend visito Stoccolma e poi andiamo in campeggio... Ma non vi dico dove, perché ho già spoilerato troppo e non voglio annoiarvi.
Quindi vi lascio una buona serata e spero che i racconti delle mie avventure vi interessino! Grazie per aver letto fin qua <3


PS: In aereo ho iniziato Paradise Lost ed è bello come immaginavo... Spero solo di riuscire a finirlo in tempi umani. Qualcuno di voi l'ha letto? Cosa ne pensate?

PPS: Se volete aggiornamenti dal viaggio o volete anche solo seguirmi in tempo reale, su instagram sono @valentinalinardi (ho molta fantasia, lo so). Ovviamente vi seguirò anch'io, perché voglio sapere chi siete e vi amo tutti.


lunedì 12 giugno 2017

Risposta.

Credendo che
basti scappare
basti correre via
e fare finta di nulla
per trovare ciò che si cerca
per trovare la pace
il tutto
la vita.
Trovare uno scopo.
Credendo che basti scappare
da un'altra parte,
lontana da chi conosci.
Ma anche lì
conoscerai persone
e non sarà più il posto in cui sei scappata
ma un posto da cui scappare.
E alla fine,
tanto tempo dopo,
ancora senza uno scopo,
nell'ennesimo posto scoprirai
che non hai più dove scappare,
dove correre via.
Non hai più dove cercare la vita.
E tornerai al punto di partenza
piangendo una ricerca vana
chiedendoti se
hai trovato qualcosa.
chiedendoti se
forse
non sarebbe stato meglio cercare in te stessa
e accettare qualcosa
o vivere di compromessi
e ammettere che non tutto è stato perfetto
e se ne è valsa la pena
o avresti potuto fare meglio.

E alla fine
tornerai al punto di partenza
urlerai
piena di frustrazione
alla ricerca di una risposta che sai
da qualche parte c'è
dovrebbe
la logica lo obbliga.
ma non la trovi
e non sai dove sbagli
e dove hai sbagliato
ma sai che continuerai a sbagliare.

una risposta non c'è,
non una sola,
forse mille risposte o più.

ma questo non lo sai.

martedì 6 giugno 2017

Untitled

Ascolto
e leggo
e guardo
e mi ci immergo.
Sprofondo.
Sembra meraviglioso ma
non tocco il fondo
non riesco
non capisco
non l'afferro.
Troppe parole,
troppe cose,
troppi sentimenti
troppo lontani da me.
Troppo difficili,
strani,
inafferrabili
come se non avessero forma
o fossero
chiari e perfetti e formati
e precisi e definiti
e meravigliosi ma
troppo lontani da me.
O io troppo lontana
dall'altra parte del muro,
della strada,
della parete,
del vetro,
della vita
Qualunque cosa sia
me li mostra sfocati
incomprensibili
mi fa dubitare che esistano
finché
non li vedo da qualche parte
o credo di vederli
ma ogni volta
-e mi viene da piangere-
è un abbaglio
e sono ferita
da quanto faccia male
quanto faccia soffrire
che lo vorrei da morire
ma non esistono
non esistono più
non sono nulla
non sono loro
non sono niente
da questa parte del vetro
del muro
della strada
da questa parte della parete
che sembrava crollata ma
è ancora lì, in piedi
e non mi mostra cosa sta al di là.
E non mi mostra
ciò che voglio vedere
ciò di cui ho bisogno
da questa parte
da me.

E stanno lontani
e li cerco e rincorro
e so benissimo che
non è così che ci si arriva.
So benissimo che dovrei stare ferma
e vivere
invece di aspettarli ma
come si fa?
come si vive senza?

E sto ferma e li rincorro e li aspetto
e li cerco e li chiamo e li piango
e non so dove andare
dove girarmi
cosa fare
come vivere
perché
come si vive
senza sentimenti

lunedì 5 giugno 2017

Punto 5 - Writing Challenge

Buonasera bellezze!
Dopo tanta fatica, ecco il punto 5 della Writing Challenge. Non scrivevo da tanto in rima, ma sono contentissima di averlo fatto perché nonostante sia molto impegnativo trovo che il risultato in genere ne valga la pena. Tenterò di farlo più spesso. E so benissimo che nonostante questo finirò per non farlo, ma va bhe. Comunque, quando ho iniziato avevo un'idea che andando avanti è praticamente stata buttata dalla finestra (chiusa perché pioveva). Non so perché faccio così. Ho un'idea precisa di dove voglio andare a parare e finisco da un'altra parte. Se non sempre almeno il 90% delle volte.
Comunque, la richiesta era
Scrivi una poesia usando la rima baciata.
e il risultato (spero decente) è il seguente.

Cerchi di parlare,
di urlare,
di farti capire ma
non sempre la gente sa.
Non sempre ti riesci a spiegare
non sempre riesci ad amare
e troppe volte, troppo tempo
non capisci perché ti senti così spento.
Non capisci perché hai pianto quel giorno
perché invece di toglierti di torno
hai ferito qualcuno, hai pianto a lungo
e quello più a pezzi eri tu e soprattutto
non sapevi sistemarlo
non sapevi spiegarlo
non sapevi capirlo
e men che meno accettarlo.
perché hai urlato
e picchiato
pugni a quel muro
e non importava di sentirti un duro
non importava quell'aria in cui affogavi
quando tutti ti fissavano, annegavi
perché ti credevano forte, ti credevano in piedi
non sapendo che erano d'argilla, quei piedi.
Ed è bastata una pioggia che in realtà erano lacrime
per farti crollare e sotterrare in quella lapide
che vedevi solo tu e ti chiedevi perché
e ti chiedevi da dove veniva e se davvero c'è
e se davvero sei lì sotto, quando tutti attorno
continuano a parlare a quel tuo corpo disadorno
di emozioni e sentimenti e vita ed essenza
come se potessi davvero vivere senza
come se non importasse che non sei lì
come se contasse solo che qui
tutti sorridono e ridono e vivono alle tue spalle
senza sapere che sei morto in quella valle.

domenica 28 maggio 2017

Piccola Grande Scelta Difficile.

Buongiorno bellezze!
Odio scrivere questo post, ma era un po' che dovevo farlo e alla fine mi sono decisa. Se non altro perché continuavo a sottolineare male il libro perché mi distraevo pensando a come avrei dovuto farlo. E per una volta ho deciso di smettere di procrastinare.
Il fatto è che stavo pensando a La Protagonista. Come sapete non la aggiorno da un po', e non perché non abbia pensato a cosa scrivere. Ma più riflettevo sulla storia e più mi sembrava debole, più mi sembrava che le case degli elfi ricordassero quelle di Ellesmera (chi ha letto il Ciclo dell'Eredità sa) e che Lec fosse un Magnus Bane (vd Shadowhunters) un po' più elfo... Insomma, debole e troppo scopiazzata dalle cinquecento saghe che ho letto. E anche se non sono sempre stata così pronta ad ammettere i miei errori, lo sono stavolta. Lo devo a me stessa, perché ho passato del tempo su questa storia ed è triste buttarlo via, ma lo devo specialmente a voi, che l'avete letta con costanza nonostante gli aggiornamenti non lo fossero altrettanto.
Il succo del discorso è che lascio La Protagonista. Con tutte le cose che mi saltano all'occhio non potrei continuare a scriverla con la coscienza in pace.
Questo ovviamente non vuol dire che smetterò del tutto di scrivere o che non tornerò mai sulla storia. L'idea è mia, Camomilla che viene catapultata in questo nuovo mondo lo è, Kye come ragazzo perfetto, Caiden spoiler quindi non ve lo dico, ma anche quella biblioteca che è il mio ideale e il finale che un giorno voglio assolutamente farvi conoscere lo sono. Ci sono tanti dettagli che sento miei e non potrei abbandonarli neanche se volessi. Però in questo momento devo lasciarla e schiarirmi le idee finché non ne verrà fuori qualcosa di vero e completamente originale.
Spero che capiate e che apprezziate la mia scelta, perché devo ammettere che è stata una delle più difficili che abbia mai preso.

venerdì 19 maggio 2017

Un Mondo fatto d'Acqua.

Buongiorno meraviglie! Settimana scorsa in università hanno proiettato un documentario molto interessante, Water, not weapons (cliccando sul nome lo trovate in inglese). Racconta di un dottore giapponese in Afghanistan. Il problema principale in quella zona era la mancanza d'acqua (mi ha colpito quando il dottore ha detto ad un padre che ha portato lì il figlio, malato a causa di denutrizione e una serie di fattori, "Ti dovrei dire di sciacquarlo con dell'acqua pulita, ma non posso"), così il dottore si è ingegnato e ha costruito una diga (ovviamente con l'aiuto di volontari e organizzazioni e gli abitanti del luogo) e dei canali, in modo da irrigare buona parte della zona (che rimane comunque una percentuale minima dell'intera nazione) e risolvere almeno un po' dei loro problemi. Per sapere il resto guardate il documentario, perché non sono brava a spiegare queste cose rendendo loro giustizia e già con quello che ho scritto sento di non aver reso l'idea dell'enorme lavoro che hanno fatto per quelle persone.
Comunque, il preambolo era per dirvi che dopo aver seguito il documentario e gli interventi delle professoresse mi sono messa in biblioteca a studiare ma a metà ho interrotto linguistica per scrivere questa poesia, che in realtà non è nulla di che ma la pubblico comunque.

Ho sentito parlare di
un mondo fatto d'acqua
sulla Terra.
Dove tutti hanno
e creano
e non possiedono nulla
che sia un lusso,
che sia troppo,
che sia al di fuori del necessario per
stare bene.

Ho sentito parlare di
un mondo fatto d'acqua
sulla Terra
dove il troppo è stato eliminato
a favore del giusto.

Sì, parla di un mondo utopico, ma non sono neppure sicura che sia un mondo giusto. Chi dice cos'è troppo? Di sicuro non io. Mi vergogno a dirlo, ma ci sono cose per cui non so proprio limitarmi...
(vedi: libri)

lunedì 15 maggio 2017

Punto 4 - Writing Challenge

Buoooonasera meraviglie! *tenta una voce da presentatore televisivo,
 si sente stupida e torna a quella normale... nessun risultato: continua a sentirsi stupida*
Tantissimo in ritardo, ecco il punto quattro della Writing Challenge! Non sono abituata a scrivere di personaggi altrui (non vi dico la mia lotta nel tentare di scrivere una fanfiction prima di rinunciare), ma ho fatto del mio meglio. E con fatto del mio meglio intendo che ho tentato di lasciare meno possibile dei personaggi ma ho tenuto l'ambientazione.
Forse ho un po' barato. Anyway, la richiesta era

Scrivi una scena dopo la fine dell'ultima scena (film/libro/serie tv).

Ieri sera ho visto Il Labirinto del Fauno (film che amo) e, almeno nella mia testa,
questo è quello che succede dopo.

Sono passati vari anni ormai da quando è successo tutto. Da quando la battaglia è stata vinta e sua sorella è stata uccisa. Da quando è iniziata la sua vita tra i ribelli. Non ricorda quasi nulla, è ancora troppo piccolo. Ma questa vita di corse e paura e fretta e fugacità è tutto quello che conosce. Non sa cosa altro aspettarsi, non sa cosa gli manca. La donna che l'ha cresciuto gli racconta delle storie. Niente fate, nulla su quella magia con cui è cresciuta e vissuta e morta Ofelia, ma storie vere. Storie che possono aiutarlo a sopravvivere tutti i giorni. E tutte le sere gli canta una ninna nanna. Senza parole, solo una melodia mormorata che ha sempre un che di familiare.
Dopo tutti quegli anni è la prima volta che tornano nella foresta accanto al labirinto. O forse ci sono tornati altre volte, ma lui non le ricorda. Forse non era abbastanza grande da addentrarvisi poi da solo. Di certo è la prima volta che si spinge così ad est, così vicino a quelle rovine soppiantate dalla natura e a quel mucchio di rocce che forma strade piene di vicoli ciechi. Segue un insetto fino all'ingresso del labirinto, senza sapere di stare ripercorrendo i passi di Ofelia. Lui non ha mai sentito parlare di fate, non sa cosa siano, non sa che nome dare all'esserino con le ali che gli indica la strada. Segue l'ominide per una serie di curve finché non arriva al centro, in cima ad una scala a chiocciola che sembra perdersi nelle profondità della Terra. Quando non lo vede più decide di proseguire da solo, e scende e scende e scende finché la luce del Sole sembra un ricordo lontano e non sa quando né se potrà rivederla. Gli sembra di trovarsi in un altro universo, ma non capisce questa sensazione. Non prova quella familiarità che provava sua sorella, ma un senso di estraneità, come se fosse nel posto sbagliato. I suoi occhi si abituano al buio e si trova davanti alla scultura, faccia a faccia con una bambina che tiene in braccio lui, in fasce. Ovviamente non sa di chi si tratti. Non penserebbe mai che una scultura di lui si trovi in fondo al pozzo al centro di un labirinto.
-Principe,- lo chiama una voce cavernosa. -Vi stavamo aspettando.
Si volta per vedere a pochi metri da lui un paio di corna che riflettono uno spicchio di luce su un volto piatto, senza forma, che ricorda quello di un caprone che per sbaglio è voluto sembrare più umano. Eppure è sottile, ambiguo. Le zampe di capra non sono neppure la cosa più strana.
-Chi sei?- Nessuno gli ha insegnato a dare del voi, tra i ribelli. Le buone maniere non sono la loro priorità.
-Il Fauno, Principe,- fa inchinandosi. -Per servirvi.
-Io non sono… Non sono Principe,- risponde il ragazzino, indietreggiando prima di accorgersi che la scala è oltre il fauno. Nessuno gli ha insegnato neppure il significato della parola principe.
-Sì invece. Siete un principe, fratello di Vostra sorella, che da anni piange per Voi nel Regno. Sa che state bene, ma vorrebbe vedervi.
-Mia sorella è morta.
-Vostra Sorella è viva. Vivrà per l'eternità, e potreste vivere con lei anche Voi, se solo lo vorreste. Vi basta superare tre prove, prima della prossima luna piena.
Il bambino lo fissa, e per qualche motivo gli crede. Tre prove per la vita eterna. Dovrebbe suonare come una proposta allettante, ma lui scuote la testa.
-Non voglio la vita eterna.
L'espressione del Fauno diventa quella di un cavallo imbizzarrito. -Tutti vogliono la vita eterna.
Il bambino lo aggira, è per le scale, già sul terzo gradino. -La mia vita è con chi mi ha cresciuto. Non è eterna, ma è così.
Avrebbe combattuto per dare una vita un po' più lunga e un po' più bella a chi gli stava accanto, piuttosto che per una vita eterna. Non l'aveva mai cercata, non aveva motivo di volerla ora.
Da un trono, molto molto molto più in basso e molto molto molto più in alto, Ofelia sorrideva tra le lacrime, perché vedeva per lui un futuro più glorioso di quanto lei avrebbe mai potuto sperare, in quel suo regno di eterna gioia.

NB: La cosa più difficile è stata usare il voi nel discorso del Fauno.

Come sempre spero vi sia piaciuto e aspetto le vostre opinioni (anche negative) :*

giovedì 11 maggio 2017

Tutto dentro la tua testa.

Come se
sapessi che succede
e sapessi che sta succedendo
e perché
ma non bastasse.
Come se
andasse tutto così bene
ma male
che non riesci a capire
ad accettare
ad ammettere.
Come se
fosse tutto così confuso
che puoi solo urlare di frustrazione
e sbattere i piedi per terra
e prendere a pugni il muro
dentro la tua testa.
Perché devi continuare a sorridere
ed essere sembrare felice
perché non puoi ammettere
che non ti basta e basterà mai
che non ti va bene e andrà bene mai
perché vuoi di più.
Ma non si può volere di più.
Non si può essere ingordi
e chiedere e chiedere
e pretendere e pretendere
e volere e volere
e non importa quanto tu abbia fatto
per volere e pretendere e chiedere
e non importa che tu abbia impegnato tutto
e gettato tutto
e speso tutto
per la possibilità di essere ingorda
e chiedere di più.

e non importa
che tu non possa essere ingorda
che non ti basta
che vuoi di più
perché ti devi accontentare
e non basta
ma ti deve bastare.
e urli di frustrazione

ma è tutto dentro la tua testa.

domenica 7 maggio 2017

Bolla di lacrime.

Buonasera bellezze! Finalmente dopo tanto tempo e altrettanti sensi di colpa, eccovi un nuovo post! In realtà stamattina ho provato a continuare il nuovo capitolo de La Protagonista, ma sembrava qualcosa che avrei scritto durante le medie. Faceva pena, sul serio. Quindi ho chiuso il pc e ho ripreso a studiare, ma adesso stavo controllando alcune cose e poi ho trovato un concorso a cui partecipare, per cui ho cercato una poesia da mandare ma nessuna mi soddisfava e quindi ho deciso di fare una riscrittuta di Nascosta. Non sono sicura di come sia venuta o quale delle due sia meglio, lascio a voi il verdetto.
Spero vi piaccia e spero di tornare presto con qualcosa che non sembri scritto da una dodicenne. Grazie dell'attenzione e buona lettura e buona serata <3
Mi sembra di correre,
ma in realtà sono ferma
in una bolla di vetro che corre con me.
E corro e scappo
e mi dico che è vivere.
I paraocchi non mi permettono di sapere che c'è altro.
La bolla non mi permette di toccare nulla,
di sentire nulla,
di farmi toccare da nulla.
Se sia un bene o male
non lo so.
Come la bolla sia nata
non ricordo.
Che sia cresciuta da sola,
costruendosi sulle mie lacrime?
Non sono sicura.
Che l'abbia costruita io
su quei cocci enormi di paura?
Probabile.
Non mi fa toccare il bene,
non mi permette di ricordare
-se mai l'ho saputo-
che esiste.
Ma non mi fa toccare dal male
e quindi mi ci aggrappo e me la stringo addosso
non mi fa soffrire e sul serio
cosa posso volere di più del non soffrire?
«Una vita»
direi se sapessi cos'è
e se sapessi se ne vale la pena.
Ma non l'ho mai conosciuta
e chi mi spiega una vita?
chi spiega le emozioni?
E mi stringo la bolla addosso finché non crolla
e realizzo che ero io a costruirla ogni volta
perché ogni volta è più fragile
e crolla più facilmente
e ho paura che non regga più
e più ho paura e più ne ho bisogno
e più credo che non regga.

E mi stringo addosso una bolla di lacrime
sperando mi protegga da un dolore
che l'ha oltrepassata e riempita e mi soffoca
e non me ne accorgo
Perché già non respiro più. 
PS: Se vi va di seguirmi, adesso sono anche su Instagram (qui)!

sabato 8 aprile 2017

Quello che le donne non dicono ma dovresti sapere.

Ho trovato questo articolo su internet in inglese, e ho pensato che andava assolutamente tradotto. Di solito non traduco post di altri blog, ma questo mi ha davvero colpito. Non avrei saputo esprimere meglio quello che dice.
C'è questa cosa che succede ogni volta che parlo o scrivo di problemi riguardanti le donne. Cose come l'abbigliamento, la cultura dello stupro e il sessismo. Mi arrivano commenti come "Non ci sono cose più importanti di cui preoccuparsi? Davvero è un problema così grosso? Non stai esagerando? Sei sicura di starci pensando in modo razionale?"
Ogni. Singola. Volta.
E ogni volta mi innervosisco. Perché non ci arrivano?
Credo di aver capito perché.
Non sanno.
Non sanno di questo continuo ridimensionare, del minimizzare. Dell'assecondare in silenzio.
Dio, anche se noi donne lo viviamo non ne siamo sempre consapevoli. Ma lo facciamo.
Abbiamo tutte imparato, per istinto o perché ci abbiamo sbattuto contro, come minimizzare una situazione che ci fa sentire a disagio. Come evitare di far arrabbiare un uomo o metterci in pericolo. Più di una volta abbiamo ignorato un commento offensivo. Abbiamo riso ad un tipo che ci ha provato in modo volgare. Abbiamo ingoiato la rabbia quando ci hanno denigrato, sminuito, o trattato con sufficienza.
Non ci fa sentire bene. Ci dà la nausea. Ci sentiamo sporche. Ma lo facciamo perché non farlo ci metterebbe in pericolo o ci farebbe licenziare o etichettare come t***e. Così di solito cerchiamo di andare sul sicuro.
Non è qualcosa di cui parliamo ogni giorno. Non lo diciamo ai nostri fidanzati o mariti o amici ogni volta che succede. Perché è così frequente, intenso, che è diventato qualcosa con cui possiamo solo convivere.
Quindi forse non lo sanno.
Forse non sanno che alla tenera età di 13 anni dobbiamo ignorare uomini adulti che ci guardano il seno. Forse non sanno che uomini dell'età di nostro padre ci provano con noi mentre lavoriamo alla cassa. Probabilmente non sanno che il ragazzo della classe di inglese che ci ha invitato a uscire ci invia messaggi incazzati perché abbiamo detto di no. Potrebbero non essere consapevoli del fatto che il nostro direttore ci dà spesso pacche sul sedere. E di sicuro non sanno che la maggior parte delle volte sorridiamo a denti stretti. Guardiamo da un'altra parte o facciamo finta di non notarlo. Probabilmente non hanno idea di quanto spesso succedono queste cose. Queste cose che sono diventate una routine. Così scontate che ormai le notiamo appena.