Come può imparare qualcosa di diverso da sé stessa?

sabato 25 febbraio 2017

Senza Titolo 4.

Ero partita dal pensare quanto sia difficile parlare con le persone e quanto siano carini i ragazzi biondi... E finito di scrivere mi sono consolata pensando che per lei è ancora peggio, quindi direi che va bene così. Buona lettura bellezze!
Lei lo sapeva che sarebbe andata così. Lo sapeva perché era così che andava sempre, era così che andava a quelle come lei. E non si aspettava che andasse diversamente, sul serio. Non si aspettava che accadesse qualcos'altro. Avrebbe saputo dall'inizio che era una speranza vana. Era quello che si ripeteva, almeno. Era il mantra incessante che continuava a spararsi in testa. Ciononostante, guardando le sue spalle che si allontanavano provò un moto di qualcosa in parti del suo corpo che non sentiva vivere da un po'. Come se ci volesse un po' di sana sofferenza causatasi, almeno in parte, da sola, per risvegliarle, per ricordarle che erano lì. Prese un respiro profondo e decise di fare finta di niente e andare verso la metro. Dopo tutto, non era come se fosse successo qualcosa in effetti. Non si era mai sentita un codarda, non davvero, ma cominciava a credere che non pensando a sé stessa in quel modo si stesse solo nascondendo la verità. Era facile rifugiarsi nello studio, dirsi che era tutto ciò che contava… Il difficile, quello che per lei era sempre stato impossibile, erano le relazioni umane. Pensava di essere passata oltre, ma doveva ricredersi. Era come se desse sempre troppo o troppo poco, tutto o niente, e non riusciva a calibrarsi, e non riusciva a capire a chi dare tutto e a chi dare niente, perché quando si accorgeva di essersi sbagliata erano già tutti lontani e non le restava che darsi dell'idiota, che dirsi che aveva sbagliato e che avrebbe dovuto fare diversamente e che tanto ormai era sola, quindi cosa importava? Non poteva riprendersi quello che aveva dato e non poteva dare di più, non poteva riportare indietro le persone dicendo che non aveva capito niente, che non capiva mai niente, che aveva sbagliato e sarebbe migliorata e avrebbe fatto diversamente. Non avrebbe potuto riportare indietro le persone con quello che in fin dei conti era un mare di bugie, e lo avrebbero capito loro come, pur negandolo, lo sapeva lei.
Quindi non fece altro che tornare a casa e buttarsi sul letto con un sospiro, chiedendosi se davvero fosse così sbagliata. Chiedendosi se davvero, pur non avendolo mai pensato, fosse in realtà una vigliacca.

Quando lui la saluta lei risponde, sorride, cerca di nascondere il desiderio di nascondersi. Quando si presentano lei parla, sa come tenere una conversazione, anche se in fondo in fondo sa benissimo di volere scomparire. Sul serio, perché doveva capitare di conoscerlo proprio quel giorno, con quel brufolo enorme che le era comparso sulla guancia e quei graffi che le aveva fatto il gatto sul naso? Però non avrebbe potuto andarsene vedendolo. La sua passione per i biondi non l'avrebbe permesso. E lui sì che era biondo. Biondo, con un viso dolce e gli occhi color miele. Era bello sapere che esistevano davvero ragazzi così. Ed era bello scoprire che gli occhi color miele non erano frutto dell'immaginazione delle scrittrici che riuscivano a creare personaggi tali da non farle avere più occhi per i ragazzi reali. O quasi… Tentò di ricordare l'ultima volta, più di un anno prima. Le tornarono in mente le emozioni e pochi dettagli vaghi, buttati qua e là come se non fossero più importanti anche se lei sapeva benissimo che, in realtà, lo erano. Le tornò in mente come non riuscisse a guardarlo negli occhi, quindi si impegnò perlomeno a guardare il biondino in viso. Voleva che ci fosse qualcosa di diverso, qualcosa che le facesse dire che ci aveva provato.

Sarebbe stato bello riuscirci davvero. Sarebbe stato bello riuscire davvero a salutarlo, a parlarci, almeno a guardarlo in viso senza distogliere lo sguardo e voler scappare per la propria vigliaccheria. Si vergognava davvero, così tanto da non riuscire a rispondere al messaggio della sua amica che le chiedeva se quel giorno l'aveva visto, se ci aveva parlato. "Lui ti ha salutato, adesso dovresti salutarlo. Almeno per educazione." Sì, era facile dirlo per lei. Non era una vigliacca, una codarda che non aveva il coraggio neppure di ricordare al mondo che esisteva. Si lasciò cadere nel banco e appoggiò il mento sulla mano, lasciando che una ciocca di capelli verde scuro le cadesse davanti agli occhi. Prese un respiro profondo. Cosa ci trovavano di difficile le persone nel tingersi i capelli? Era molto più facile del parlare con persone nuove. Non con tutte le persone, si disse. Con le persone che le piacevano, era lì che aveva problemi. Non era così difficile incontrare gente nuova e attaccare una conversazione, o salutare qualcuno che conosceva appena, o chiedere qualcosa ad uno sconosciuto. La cosa difficile era parlare con qualcuno che le piaceva, che le interessava anche minimamente. Il biondino si sedette un paio di file più avanti con i suoi amici. Si trovò a chiedersi perché non si era seduto nella sua fila. Poi si diede della stupida perché… andiamo, chi voleva prendere in giro? Non gli avrebbe parlato neppure se fosse stato accanto a lei, figurarsi nella sua fila.

Lei l'ha salutato e si è avvicinata. Parlano scorrevolmente, senza che lei si imbarazzi e abbia voglia di scappare ogni tre parole.
-Quindi devi andare in metro?
-Sì. Tu come torni?
-Metro anch'io. Andiamo?

Come se lei potesse avere davvero il coraggio anche solo di guardarlo in faccia. Che presa in giro. Eppure si gira un'ultima volta a guardarlo, come per rigirare il coltello nella piaga. Lui è girato nella sua direzione, ma non guarda lei. Nessuno la guarda, anche se non sempre è un problema. Stringe le labbra finché non sente che il taglio nel labbro inferiore le fa male, quindi si alza raccogliendo lo zaino da terra e esce dall'aula quasi correndo. Da quando è diventato un problema il non farsi notare, l'essere una ragazza che passa inosservata? Ripensa ai messaggi cancellati da troppo poco tempo sul cellulare. Lo sa benissimo da quando, è solo più facile mentirsi, nasconderselo. Preferisce semplicemente credere che quei momenti non siano mai esistiti. Come se fosse possibile. Come se non fossero impressi a fuoco nella memoria.
Ora è all'entrata, chiedendosi che fare. É praticamente scappata dall'aula, ma ora non poteva fare altro che aspettare la sua amica per andare a mensa. Non che avesse molta voglia di parlare con qualcuno, ma sentiva come un dovere nei confronti delle altre persone. Come se dovesse compensare quella sensazione negativa che la riempiva e dovesse fare in modo che almeno gli altri sentissero qualcosa di diverso. Non era mai sicura di riuscirci.
Sente una mano che le tocca la spalla e si gira.
-Scusa, ti avevo chiamato in aula ma sei praticamente scappata.
Trattiene il respiro. Aveva letto da qualche parte che non si può morire trattenendo il respiro. Sperò fosse vero.
-Un ragazzo mi ha chiesto di restituirti questa,- dice porgendole una penna piena di decorazioni rosse, blu e verdi delineate in oro.
-Ah. Grazie,- le pare di tirare via le parole a forza. Vorrebbe dire qualcos'altro, ma la pietra posatalesi sullo stomaco non glielo permette. Era un po' che non provava una sensazione così. Di sicuro più di un anno, molto di più.
-Di niente.
-Il mio amico poteva evitare di chiedertelo in realtà, l'avrei ripresa un altro giorno.
Lui sorride. -Nah, non è stato un problema.
C'è un momento di silenzio in cui nessuno dei due dice nulla. Se fosse stata una persona diversa lei avrebbe continuato la conversazione, avrebbe detto qualcosa di intelligente e carino che l'avrebbe colpito. Ma è solo lei, quindi non dice niente. Vede la sua amica alcuni passi dietro di lui, quindi si decide ad andarsene. Davvero, come può essere così stupida?
-Io devo andare, è arrivata la mia amica per andare in mensa.
-Stavo andando lì anch'io. Vi dispiace se vi unisco?

Le nasce spontaneo un sorriso. Era tanto che non accadeva anche questo. -No figurati, mi fa piacere.

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